Author: admindiocesi

incontro del Vescovo con i nubendi

è tempo di gioia

𝐄̀ 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐢𝐚, incontro di preghiera del Vescovo con i nubendi ieri sera nella Basilica Cattedrale di Otranto.
Le coppie dell’Arcidiocesi che hanno fatto il cammino prematrimoniale si sono riunite per vivere un momento di raccoglimento a conclusione del loro percorso nelle parrocchie di appartenenza.

𝐷𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑖 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑑𝑖𝑎𝑙𝑜𝑔𝑜, 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒𝑑 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑑𝑜𝑛𝑎𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑜𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑖𝑢𝑔𝑎𝑙𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑝𝑎𝑖𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑛𝑜𝑖, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑡𝑒 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑡𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑔𝑖𝑜𝑖𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑝𝑎𝑐𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀, 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜. 𝐴𝑚𝑒𝑛

 

Grande preghiera per le vocazioni

Nella Basilica Cattedrale di Otranto, oggi pomeriggio, l’Arcivescovo Neri ha incontrato i Gruppi parrocchiali dell’Apostolato della Preghiera e insieme hanno pregato per le Vocazioni, iniziativa coordinata dal direttivo diocesano dell’AdP e dal CDV, con il Seminario diocesano. “Come possiamo fare noi ad avere un cuore ardente?”, ha detto Padre Francesco all’assemblea. “Chiedendo allo Spirito Santo. È lo Spirito Santo che suscita l’innamoramento verso Gesù. Toglie via il cuore di pietra e mette un cuore di carne, un cuore compassionevole. Un cuore che deve essere vigilante, sempre attento a cogliere la presenza del Signore. E dobbiamo guardare ai Santi che ci fanno vedere come deve essere il cuore del cristiano: puro, immacolato, magnanimo”. La sua preghiera finale: “O signore fai che non sia più il mio cuore a battere, ma il tuo a battere in me. Fa il mio cuore simile al tuo”.

Grande preghiera per le Vocazioni

Lunedì 8 aprile, presso la Basilica Cattedrale di Otranto, alle ore 17.30, l’Arcivescovo incontrerà i Gruppi parrocchiali dell’Apostolato della Preghiera per vivere insieme la “Grande Preghiera per le Vocazioni”.
L’iniziativa è coordinata dal direttivo diocesano dell’AdP e dal CDV.
Siamo tutti invitati a partecipare.

Lettera per la Pasqua di Risurrezione 2024

«Dove non c’è amore, metti amore, e troverai amore»

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Carissimi fratelli e carissime sorelle,

l’evento che celebriamo a Pasqua è il centro del cristianesimo, ciò che ci caratterizza come cristiani. La risurrezione di Gesù non è un caso di morte apparente, perché il Signore morì veramente, «morì e fu sepolto», come professiamo nel Credo. Non è la rianimazione di un cadavere, perché Gesù non è risorto per tornare a morire, come Lazzaro, ma è risorto e non muore più. Non è la sopravvivenza dell’anima in quanto immortale, perché Gesù è risorto in tutta la sua umanità, compresa la sua corporeità, tanto da mangiare e bere con gli apostoli. La risurrezione è l’ingresso definitivo di Gesù, subito e con l’integrità della sua persona, nell’abbraccio e nel bacio del Padre, che è lo Spirito santo, nel mare senza sponde dell’amore divino che è sorgente di vita, gioia e pace: «Sono risorto, o Padre, e sono sempre con te. Alleluia. Hai posto su di me la tua mano. Alleluia. È stupenda per me la tua saggezza. Alleluia, alleluia» (Antifona della Messa del giorno).

Parlando a Cesarea in casa del centurione Cornelio, san Pietro presenta Gesù come una persona che aveva operato solo il bene, e nonostante ciò aveva subito la crocifissione. L’apostolo racconta «come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio» (At 10, 37-43). Sembra che sia questa una legge assurda dell’umanità: ci sottomettiamo ai nostri torturatori, ci scagliamo contro gli innocenti. Vale la pena continuare ad amare, quando ci ritroviamo senza contraccambio al bene, o ¾ peggio ¾ contraccambiati con il male? Ebbene la risurrezione è la testimonianza che la scelta di Gesù è stata quella giusta: sebbene il venerdì santo sembrasse tutto fallito, Dio ha pronunciato il suo “ma”: «ma Dio lo ha risuscitato»! Dio è intervenuto e ha posto il proprio sigillo sulla scelta del Figlio, ha confermato di stare dalla parte di Gesù, e che in Gesù si apre la strada che tutti gli uomini sono chiamati a percorrere con la forza dello Spirito Santo, la strada dell’amore sino alla fine.

 

Un dono davanti a noi: l’eternità

Noi godiamo su questa terra senza dubbio di un gran numero di doni. Godiamo di attimi di comunione e gioia, come le riunioni di famiglia nei giorni di festa. Ma tutti questi beni vengono offuscati dall’ombra del limite, ch’essi portano con sé. Sì, ne godiamo sinceramente e con gratitudine, ma una lama sottile di inquietudine ci trafigge il cuore, perché sappiamo che prima o poi finiranno. Mentre stringiamo questi doni tra le mani, già ci stanno sfuggendo… Abbiamo bisogno di qualcosa di eterno! Un bene non è perfetto, se non quando è per sempre! Come con l’incarnazione il Signore ha fatto entrare l’eternità nel tempo, così con la risurrezione Gesù fa entrare il tempo nell’eternità. Dio stesso è il nostro bene eterno e sommo, l’amore infinito da cui discendono l’amore e la pienezza. Il Dio vivente è il nostro futuro, Cristo risorto ci fa dono dell’eternità.

 

Un dono dentro di noi: la fiducia

Se avessimo interrogato Maria Maddalena prima che questa donna giungesse al sepolcro, chiedendole cosa ci fosse nel suo cuore, che ci avrebbe risposto? «Io speravo in lui… Gesù era tutto per me. Adesso egli è lì, nel sepolcro, e nel sepolcro c’è anche la mia speranza. Se non c’è lui, infatti, non posso sperare in nulla. Insieme a lui, giù nel sepolcro, c’è la parte più viva di me, ci sono anch’io…». Ora, quale può essere stato il primo moto del cuore di Maddalena, al vedere il Risorto? Il risorgere della fiducia. Tutto riprendeva attrattiva, tutto era ricuperato, valeva la pena di continuare a vivere. Ecco, questo è il primo miracolo del Risorto.

Il venerdì santo pareva che non ci fosse via di uscita, pareva che tutto fosse invincibilmente sigillato in una tomba di pietra… Con la risurrezione, ecco la novità! Con la risurrezione, Dio si manifesta colui che apre una via dove sembra non ce ne sia nessuna. Con la risurrezione, tutto riparte daccapo. Il Cristo risorto è colui nel quale Dio ci riapre tutte le possibilità. Si ricomincia, e ad un livello insperabilmente superiore. Ciò vale anche nelle nostre situazioni private, quando sembra di essere imprigionati senza porte né finestre… Chi ci salverà? Cristo risorto è la novità perenne, introdotta nella storia universale, a partire dalla quale possiamo sperare nella novità per la nostra storia particolare.

Senza dubbio dalla risurrezione di Gesù dipenderà anche la nostra risurrezione per l’eternità, egli che è la primizia per noi che siamo il resto del raccolto, egli che è il primogenito di noi che siamo la schiera dei suoi fratelli e delle sue sorelle. «Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo» (1Cor 15, 22-23). Ma nel frattempo, nell’attesa dell’ultimo giorno, il miracolo del Risorto è il rifiorire della fiducia nel nostro cuore. La paura è lasciata lì nel sepolcro, e tutte le parti belle e vere di noi che ci eravamo rassegnati a non sperare più di esprimere, riprendono forza, perché in Gesù l’amore trionfa sul male, e la vita è più forte della morte. Vale la pena dunque di continuare ad impegnarci, perché Gesù risorto seppellisce la nostra paura e ci dona guardare con fiducia avanti nel nostro cammino, qui e subito.

 

Seminare la vittoria dell’amore

Come possiamo essere complici della novità portata dal Signore Risorto, e diffonderla nel nostro mondo? Il grande carmelitano san Giovanni della Croce, occupandosi di una situazione molto conflittuale, stabilì una linea di condotta: «Dove non c’è amore, metti amore, e troverai amore» (Epistolario, 26). Siamo sgomenti davanti al momento gravissimo che vive oggi l’umanità, coinvolta in quella che papa Francesco definisce spesso una “terza guerra mondiale a pezzi”. Ma non capita anche a noi, nel nostro piccolo quotidiano, di entrare in situazioni di tensione, dove c’è un’elevata conflittualità, e sembra che ognuno si sia ritirato a vivere per conto suo?

Ebbene, in tali situazioni, l’unico ribaltamento può avvenire se ci mettiamo per primi ad amare, come ha fatto per primo Gesù, e saremo così collaboratori della forza invincibile della sua risurrezione. «Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene» (2Ts 3,13). Dove non c’è amore, mettiamo amore, e troveremo amore, e il Dio della pace sarà sempre con noi. Alleluia!

 

Otranto, 31 marzo 2024

+Francesco Neri, OFMCap

Arcivescovo


Omelia nella Santa Messa Crismale

Il Sacerdote, uomo fatto di preghiera

Omelia in Pdf

Carissimi fratelli, carissime sorelle, la S. Messa Crismale è una celebrazione che coinvolge tutto il Popolo di Dio, tutti quanti noi battezzati, ma certamente è caratterizzata da un fulcro che riguarda più da vicino quanti hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine nei due gradi sacerdotali: i vescovi e i presbiteri.

Poiché ci troviamo nell’anno che, in preparazione al Giubileo del 2025, il Santo Padre ha voluto dedicato alla preghiera, desidero considerare appunto l’importanza della preghiera nella vita di noi sacerdoti, vescovi e presbiteri.

La preghiera, infatti, è l’essenza stessa del sacerdozio, che, in tutte le religioni, ha lo scopo di far incontrare Dio con l’uomo e l’uomo con Dio.

Molto di più, la preghiera è l’opera che Gesù, sommo ed eterno sacerdote, compie nell’eternità presso il Padre. Egli, che ha pregato in ogni momento della sua vita, ed è morto pregando, ora che è glorificato, «poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,24-25).

Alla Liturgia del Cielo si lega la Liturgia della Chesa pellegrina sulla terra, e per questo quando si sta presso l’altare ci rivolgiamo al Padre «per Cristo Signore», cioè affidando l’orazione alla mediazione di Gesù.

Della nostra speciale partecipazione alla preghiera liturgica, rendiamo grazie a Dio perché ci ha resi degni di stare alla Sua presenza a compiere il servizio sacerdotale (cf II Preghiera eucaristica).

Ma vorrei soffermarmi soprattutto sulla preghiera personale del sacerdote, che deve precedere e seguire la preghiera liturgica e accompagnare ogni momento della nostra vita. Sarebbe bello se si potesse dire di ognuno di noi quello che il biografo Tommaso da Celano ha detto di san Francesco, cioè che non era tanto un uomo che pregava quanto un uomo trasformato in preghiera vivente, un uomo fatto preghiera (cf Vita seconda LXI, 95: FF 682). Ecco questo dovrebbe essere il sacerdote: un uomo fatto preghiera.

Il Papa Francesco si è soffermato sulla preghiera del sacerdote, in un discorso tenuto a Roma il 17 febbraio 2022, e l’ha indicata come la prima delle quattro vicinanze del sacerdote: vicinanza a con Dio, vicinanza al vescovo, vicinanza agli altri fratelli sacerdoti, vicinanza alla gente. Al suo insegnamento volentieri presto ascolto, insieme con voi.

 

La preghiera e l’amicizia

Anzitutto la nostra preghiera personale è il modo di alimentare quotidianamente l’amicizia con il Signore Gesù. Il primo motivo per cui egli chiama gli apostoli, è perché stiano con lui e poi per mandarli a predicare (cf Mc 3, 13). Il ministero non può essere una specie di lavoro, pur svolto in modo tecnicamente perfetto, ma la gioia di far conoscere al mondo Gesù che ci ha guardati con amore e ci ha chiamato a lasciare tutto per dedicarci interamente a lui. Il sacerdote annuncia il Vangelo, amministra i sacramenti, pratica la carità non come un impiegato ma come un innamorato, per ridondanza d’amore. Gli è allora necessario ogni giorno, e più volte al giorno, rimotivarsi nell’incontro con Gesù, tenendo fisso lo sguardo su colui che è all’origine della nostra fede e della nostra vocazione, e vi dà compimento (cf Eb 12, 2).

«Un sacerdote – insegna il Papa – è invitato innanzitutto a coltivare questa vicinanza, l’intimità con Dio, e da questa relazione potrà attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero. Il rapporto con Dio è, per così dire, l’innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità. Senza una relazione significativa con il Signore il nostro ministero è destinato a diventare sterile. La vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”.

«Senza l’intimità della preghiera, della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete, un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore.

«Troppo spesso, ad esempio, nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un dovere, dimenticando che l’amicizia e l’amore non possono essere imposti come una regola esterna, ma sono una scelta fondamentale del nostro cuore. Un prete che prega rimane, alla radice, un cristiano che ha compreso fino in fondo il dono ricevuto nel Battesimo. Un prete che prega è un figlio che fa continuamente memoria di essere figlio e di avere un Padre che lo ama. Un prete che prega è un figlio che si fa vicino al Signore.

«Ma tutto questo è difficile se non si è abituati ad avere spazi di silenzio nella giornata. Se non si sa deporre il “fare” di Marta per imparare lo “stare” di Maria».

 

La preghiera e l’ascolto

La preghiera ci è poi indispensabile per operare il discernimento della volontà di Dio sulla porzione di gregge che ci è affidato. Il nostro compito, infatti non è decidere, cioè fare la nostra volontà, ma discernere, cioè fare la volontà di Dio. Su questa roccia si edifica l’azione pastorale, altrimenti faticheremmo invano. Eviteremo così tanto il clericalismo, cioè la tentazione di pensarci staccati e al di sopra della gente, quanto il pelagianesimo, cioè la tentazione di credere che la salvezza dipenda dal nostro sforzo, mentre essa è soltanto e totalmente Grazia di Dio.

Prima di ogni riunione e di ogni attività di programmazione, dovremmo presentare le questioni a Dio, secondo il consiglio che il suocero Jethro offre a Mosè, invitandolo a condividere la sua responsabilità con dei collaboratori e a riservare per sé il primo compito, quello di pregare: «Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio» (Es 18, 19).

Ne troviamo un’eco in alcune preghiere del Messale. In una domandiamo: «Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto» (Colletta della I settimana TO). In un’altra chiediamo: «La potenza di questo sacramento, o Padre, ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento, ma l’azione del tuo Santo Spirito» (Postcommunio della XXIV settimana TO). E ancora: «Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento» (Colletta del Giovedì dopo le Ceneri).

 

La preghiera e la lotta

La volontà di Dio passa sempre attraverso una nostra più profonda partecipazione al mistero pasquale, sulla strada che ha percorso Gesù, quella dell’amore crocifisso. E questo non è facile per noi, come non lo è stato per Gesù stesso. Ma proprio nella preghiera egli ha trovato la forza – che era lo Spirito Santo – di rimanere orientato al Padre. Nel Getsemani, osserva l’evangelista Luca, «Gesù, in preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44). E l’autore dalla Lettera agli Ebrei ricorda che Gesù «proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (Eb 5,7-10).

Il Papa ci avverte: «Come è stato per il Maestro, passerete attraverso momenti di gioia e di feste nuziali, di miracoli e di guarigioni, di moltiplicazione di pani e di riposo. Ci saranno momenti in cui si potrà essere lodati, ma verranno anche ore di ingratitudine, di rifiuto, di dubbio e di solitudine, fino a dover dire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Questa vicinanza a Dio a volte assume la forma di una lotta: lottare col Signore soprattutto nei momenti in cui la sua assenza si fa maggiormente sentire nella vita del sacerdote o nella vita delle persone a lui affidate. Lottare tutta la notte e chiedere la sua benedizione (Gn 32,25-27), che sarà fonte di vita per molti.

«Si fa fatica a rinunciare all’attivismo – tante volte l’attivismo può essere una fuga –, perché quando si smette di affaccendarsi non viene subito nel cuore la pace, ma la desolazione; e pur di non entrare in desolazione, si è disposti a non fermarsi mai. È una distrazione il lavoro, per non entrare in desolazione. Ma la desolazione è un po’ il punto di incontro con Dio. È proprio accettando la desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con sincerità, proprio lì, che tutto assume una luce e una pace che non poggiano più sulle nostre forze e sulle nostre capacità. Si tratta di imparare a lasciare che il Signore continui a realizzare la sua opera in ciascuno e poti tutto ciò che è infecondo, sterile e che distorce la chiamata. Perseverare nella preghiera significa non solo rimanere fedeli a una pratica: significa non scappare quando proprio la preghiera ci conduce nel deserto. La via del deserto è la via che conduce all’intimità con Dio, a patto però di non fuggire, di non trovare modi per evadere da questo incontro. Nel deserto “parlerò al suo cuore”, dice il Signore al suo popolo per bocca del profeta Osea (cf 2,16)».

 

La preghiera e il dono

Se nella vita terrena Gesù ha pregato per Pietro, perché non venisse meno nella fede (cf Lc 22, 31), e nell’ultima sera ha pregato per tutti noi affinché siamo una cosa sola (cf Gv 17); e se ora nell’eternità il Cristo prega per noi il Padre, facendosi garante della perenne effusione dello Spirito, allora il dono più grande che noi sacerdoti possiamo fare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, è di presentarli a Dio, di pregare per loro, appunto.

Abramo tenta di salvare Sodoma e Gomorra dalla distruzione, intercedendo presso Dio (cf Gn 18, 20-33). Mosè garantisce la prevalenza degli Ebrei sugli Amaleciti, finché tiene levate le braccia verso Dio (cf Es 17, 11-12). Gli Apostoli decidono di affidare il servizio delle mense ai diaconi, riservandosi il primato della predicazione e della preghiera (cf At 6, 2-4).

Il Papa così continua la sua catechesi: «Un sacerdote deve avere un cuore abbastanza “allargato” da fare spazio al dolore del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. Abbracciare, accettare e presentare la propria miseria nella vicinanza al Signore sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al dolore che incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo. E ciò preparerà il sacerdote anche per un’altra vicinanza: quella al Popolo di Dio. Nella vicinanza a Dio il sacerdote rafforza la vicinanza al suo popolo; e viceversa, nella vicinanza al suo popolo vive anche la vicinanza al suo Signore».

Mi permetto di fare riferimento ancora ad una figura francescana, il sacerdote stigmatizzato san Pio da Pietrelcina, che diceva di essere solo «un frate che prega», e per la forza di questa preghiera ha raccolto intorno a sé una clientela mondiale. come ha detto di lui san Paolo VI.

 

La benedizione e il ringraziamento

Cari fratelli sacerdoti, stiamo per rinnovare le nostre promesse a Dio a vantaggio del Popolo che ci è affidato. Tanto nell’ordinazione diaconale quanto in quella presbiterale, ci siamo impegnati a dedicarci assiduamente alla preghiera.

Preghiamo dunque per ringraziare il Padre di tutti i suoi doni, come in ogni Eucaristia e specialmente in questa che celebriamo.

Ringraziamo il Signore Gesù per l’affetto di predilezione col quale ci ha scelti tra i fratelli, chiamandoci a lasciare tutto, per stare con lui e collaborare all’annuncio del Regno di Dio, a riamarlo nei fratelli e nelle sorelle che ci affida. Ringraziamolo quando ci chiama a bere al suo Calice della sua passione, perché così ci permette di crescere nella sua amicizia partecipando alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti (cf Fil 3, 10-11). Ringraziamolo perché ci chiama ad imitarlo nel fare della nostra vita, della nostra forza, della nostra debolezza, della nostra morte, un dono d’amore.

Ringraziamo lo Spirito Santo che ci ha consacrato con la sua unzione, e ci abilita ad edificare la Chiesa, suo Tempio, facendoci dispensatori dei tesori della Parola e dei sacramenti.

A mia volta, carissimi sacerdoti, io desidero ringraziare il Signore per avermi inviato ad essere vostro padre, fratello e amico. Ho incontrato in voi, tanto tra i più anziani quanto tra i più giovani, esempi autentici di santità quotidiana, fatta di dedizione generosa alla gente. Vi sono riconoscente per la collaborazione e la testimonianza che sempre mi offrite, da quando sono con voi. Ringraziate anche voi, cari fratelli e care sorelle, il Signore per averci donato i sacerdoti del presbiterio idruntino.

Vi invito, cari fratelli e sorelle, a presentare al Signore i sacerdoti che non sono presenti a questa celebrazione a causa dell’età o della malattia.

Preghiamo per i presbiteri che stanno per celebrare uno speciale anniversario:

10 anni: don Gino Bortone, don Emanuele Lolli, don Emanuele Leucci;

25 anni: don Sandro Caretti, don Pasquale Fracasso, don Fabiano Leone, don Luca Matteo, don Donato Palma;

50 anni: don Salvatore Toma;

60 anni: don Adelino Martella.

Presentiamo al Signore anche quanti dal presbiterio idruntino sono stati chiamati al ministero episcopale: mons. Vincenzo Pisanello, vescovo di Oria; mons. Giuseppe Mengoli, vescovo di San Severo; mons. Franco Coppola, nunzio apostolico in Belgio; mons. Bruno Musarò, già nunzio apostolico in Costa Rica, prima di rientrare in questa nostra arcidiocesi.

E infine, cari fratelli e care sorelle, vorrei con voi presentare al Signore il mio predecessore, mons. Donato Negro, arcivescovo per ventitrè anni. Carissimo don Donato, veramente sei per me amico, fratello e padre, in quanto ci conosciamo da tanti anni, e ancor più perché grazie all’imposizione delle tue mani sono stato inserito nel collegio dei vescovi, il 17 giugno 2023 in questa Cattedrale. A nome di tutti desidero farti gli auguri per i tuoi trent’anni di episcopato, raggiunti lo scorso 10 febbraio, e che oggi vogliamo festeggiare in modo speciale. Nell’omelia dell’ordinazione, mi hai affidato al Cuore di Maria, e mi hai raccomandato di coglierne i tre palpiti della generatività, della contemplazione e della gioia. Faccio tesoro del tuo insegnamento, e a mia volta chiedo a Maria Santissima di custodirti nel suo Cuore immacolato, associandoti al suo dono di Grazia e al suo Magnificat.

 

E concludo volgendo ancora lo sguardo a Gesù, attingendo alla liturgia e alla santità.

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo,

che per volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo,

morendo hai dato la vita al mondo,

con la tua anima santificami,

Con il tuo Corpo salvami

Con il tuo Sangue inebriami.

Con l’Acqua del tuo costato lavami.

Con la tua Passione confortami.

Dentro le tue ferite nascondimi.

Non permettere che io mi separi da te.

Dal nemico maligno difendimi.

Nell’ora della mia morte chiamami.

Comandami di venire a te,

perché con i tuoi Santi io ti lodi.

nei secoli dei secoli. Amen.

 

Otranto, Cattedrale, 28 marzo 2024

+Francesco Neri OFMCap

Arcivescovo


Innamorati di Cristo

Il 26 marzo alle ore 19.00 nella Chiesa di S. Vito Martire a Castrì di Lecce, sarà presentato il libro “Innamorati di Cristo”, Francesco d’Assisi e Tonino Bello riletti con la Regola dell’Ordine Francescano Secolare.
Iniziativa a cura della Comunità parrocchiale di Castrì di Lecce.

Interverranno: Padre Francesco Neri, don Luigi D’Amato, don Tiziano Galati e don Alessandro Grande. Modererà l’autore don Luigi Maggio.
Il ricavato della vendita del libro sarà devoluto al progetto “Mensa Buon Pastore” della Caritas diocesana

Domenica delle Palme

Abbiamo celebrato la Domenica delle Palme che rievoca l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme e segna l’inizio della Settimana Santa.
Dopo la Benedizione delle Palme nel cortile esterno della Chiesa di Sant’Antonio, è stata celebrata la Santa Messa in Cattedrale, presieduta da Padre Francesco Neri.

“Vi invito a riflettere sul Vangelo di oggi. Una donna versa un vasetto di profumo sul capo di Gesù”, ha detto l’Arcivescovo nell’omelia. “Un gesto che segue la logica dell’amore di donare ciò che si ha, se stessi, senza misura. Un’altra logica è quella degli apostoli che si infuriano con la ragazza. La logica di chi pensa al denaro, al potere. Due logiche, quindi, quella dell’amore e quella di questo mondo.
Gesù si è schierato dalla parte della ragazza, accetta il gesto d’amore e ne chiede memoria, anticipando quello che farà sulla croce: fa di se stesso un dono, sceglie l’amore”.
E ha concluso: “Leggiamo frequentemente la Passione di Gesù, è il miglior modo per fare entrare il Signore dentro di noi.
Il mondo ha bisogno oggi più che mai che i cristiani, uomini e donne, facciano questa scelta. Il mondo ha bisogno di gentilezza e del buon profumo di Gesù che ha donato se stesso fino alla fine”.

Catechesi biblica con Rosanna Virgili

La Parrocchia S.S. Pietro e Paolo Ap. di Zollino promuove due appuntamenti di catechesi biblica con Rosanna Virgili, biblista e docente di Antico Testamento presso l’Istituto Teologico Marchigiano.

Il programma:
13 marzo ~ ore 19.30 ~ Chiesa Madre
𝐿’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒𝑟𝑖𝑎: il volto e la logica della Misericordia nella parabola del Padre misericordioso.
14 marzo ~ ore 19.30 ~ Chiesa Madre
𝐷𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑎, 𝑑𝑖𝑎𝑐𝑜𝑛𝑖𝑎 𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑡𝑎: Maria Maddalena nei Vangeli e nella poesia di tutti i tempi.

La bellezza ferita

Don Luigi Verdi, noto per la sua rubrica 𝐿𝑒 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎 nel programma 𝐴 𝑠𝑢𝑎 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 e fondatore della Fraternità di Romena, sarà ospite nella Parrocchia Maria Ss. Immacolata a Maglie il 12 marzo alle ore 20.00.

𝐋𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 è il titolo di questo incontro.
“Il male è dentro alla vita, la vita è un insieme di bellezza e frattura, di dolore e gioia. Quindi il vero problema è quello di stare dentro al male, dentro a quelle che io chiamo le ombre”, dice Don Verdi. “Cos’è l’ombra? È qualcosa o qualcuno che si mette tra te e la luce. Bisogna quindi vedere dov’è l’ombra nella propria vita, qualcosa o qualcuno che offusca la luce che è in noi: la malattia, il lutto da elaborare, il dolore è spesso qualcosa che non possiamo fare altro che portarci dentro e attraversarlo”.

Signore insegnaci a pregare

Itinerario quaresimale 2024: “Signore insegnaci a pregare”.

Quattro incontri presso il Monastero della Clarisse a Otranto che si terranno dopo la celebrazione dei vespri alle ore 19.00.

27 febbraio
𝑃𝑟𝑒𝑔𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝐴𝑏𝑟𝑎𝑚𝑜 𝑒 𝑙𝑜𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝐷𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝐺𝑖𝑎𝑐𝑜𝑏𝑏𝑒
Don Maurizio Tarantino

5 marzo
𝑃𝑟𝑒𝑔𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑐𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑀𝑜𝑠𝑒̀
Don Tiziano Galati

12 marzo
𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑚𝑎𝑒𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑔ℎ𝑖𝑒𝑟𝑎
Don Paolo Congedi

19 marzo
𝐸𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒𝑣𝑒𝑟𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜𝑙𝑖 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑛𝑒 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔ℎ𝑖𝑒𝑟𝑒
P. Milko Gigante