Nella pagina evangelica di questa domenica e della prossima settimana ci viene presentata la figura dell’apostolo Pietro in due situazioni contrastanti: la professione di fede e il rimprovero da parte di Gesù. Nel Vangelo di Matteo l’apostolo Pietro diventa figura dei discepoli di tutti i tempi. Gesù pone due domande che conducono i discepoli a entrare nel mistero della sua persona. La prima domanda è impersonale, ha come orizzonte il pensiero della gente e riguarda “il Figlio dell’uomo”, titolo con cui Gesù si definisce nel processo ebraico prima della sua morte (26,64). Nella seconda domanda, invece, egli sollecita i discepoli a dire che cosa loro pensano di lui. La risposta di Simon Pietro non si fa attendere e viene data con pieno entusiasmo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Il titolo “Cristo” è la traduzione greca di Messia e indica il discendente di Davide, dal quale si attendeva, la restaurazione finale del regno d’Israele. Il titolo di “Figlio del Dio vivente” implica un rapporto speciale con Dio. Pietro li usa tutti e due per accentuare il carattere trascendente della messianicità di Gesù, sottolineando così che in lui era presente e operante in modo speciale Dio stesso. Alla risposta di Pietro, data non da carne e sangue, cioè non dalla sua intelligenza umana, ma da una rivelazione speciale del Padre, segue la beatitudine di Gesù che costituisce il pescatore di Galilea roccia su cui fondare la ecclesìa, la comunità dei chiamati, e custode della comunità stessa. Così commenta Agostino nel Discorso 295, proprio sottolineando che il merito della risposta è nella rivelazione divina e non nella bravura umana: “Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo”. Il compito di custodire la Chiesa e il deposito della fede viene espresso da Gesù con l’immagine della consegna delle chiavi, sempre presenti nell’iconografia che riguarda l’apostolo, e che mettono in relazione la pagina del Vangelo con la Prima Lettura dove il Signore annuncia il cambiamento di un funzionario importante proprio attraverso l’immagine delle chiavi. A Eliakim verrà consegnata la chiave della casa di Davide. Con questa chiave egli potrà aprire e chiudere, senza che nessuno possa ostacolarlo. La chiave della casa di Davide rappresenta il potere decisionale in tutti gli affari riguardanti il governo della nazione. Metaforicamente la chiave gli viene messa sulle spalle, per indicare che il compito che gli è conferito rappresenta un privilegio, ma anche un onere pesante e rischioso che comporta grosse responsabilità.
Don Tiziano Galati
Responsabile dell’Apostolato Biblico
Ufficio Catechistico
