Le linee
guida del
Vescovo per
il nuovo anno

Orientamento per l'anno pastorale 2019/2020

Le linee guida del Vescovo per il nuovo anno

Una chiesa amica che accompagna i giovani nella scoperta della loro vocazione

 

Il cammino della Chiesa ha vissuto il momento forte del Sinodo dei giovani e ha visto arricchirsi dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Christus vivit e ha raccolto e rilanciato tutto il bagaglio dei contenuti emersi nel confronto sinodale. Anche la nostra Chiesa diocesana da qualche anno orienta il nostro sguardo sui preadolescenti, sugli adolescenti, e sui giovani sottolineando l’importanza di accogliere il dono della loro presenza e del loro peculiare protagonismo all’interno della comunità cristiana.

Per questo il prossimo anno pastorale 2019-2020 concentreremo le nostre attenzioni sulla dimensione vocazionale, che insieme a quella missionaria, costituisce il binomio su cui ordinariamente si muove la Chiesa intera. Utilizzeremo come canovaccio alcune linee guida che con facilità traiamo dallo stesso testo del Papa.

 

Un grande annuncio: Cristo vive!

Dall’Esortazione apostolica si può ricavare la priorità di un annuncio che è grande per il suo contenuto e presuppone la forza e la fedeltà di chi lo annuncia. Tutto il resto è innervato, infatti, da un annuncio di fede chiaro, immediato, rivolto direttamente ai giovani. Il Papa sembra voglia indicarci l’impossibilità di dare per scontato l’annuncio della fede in Gesù Cristo e, come di frequente, nello sviluppo del documento, sceglie una forma dialogica interlocutoria e narrativa, richiamando lo stile del Signore, quando a Cesarea di Filippo chiedeva ai suoi discepoli chi fosse.

La fede vive di dialogo. Ogni vocazione nasce dal dialogo e, ancor prima, da un incontro. Al cap. IV, infatti, il Papa richiama la decisiva importanza di questo annuncio quando afferma che questo «è la cosa più importante, la prima cosa, che non dovrebbe mai essere taciuta», ma già nelle prime battute del testo e nel titolo stesso si legge questa forte tensione: annunciare che «Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo! Lui è in te, Lui è con te e non se va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti, Lui sarà li per ricordarti la forza e la speranza» (nn. 1-2).

La freschezza, l’attualità e la forza di questo annuncio trovano la via più efficace nell’invito alla scoperta dell’amicizia con Gesù. Sappiamo bene quanto sia decisiva la dimensione dell’amicizia nella vita dei giovani e, proprio per questo motivo, leggere l’incontro con Gesù e interpretare la risposta della fede in chiave amicale è, senza dubbio, soprattutto una carta vincente.

Si legge «l’amicizia con Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai, anche se a volte sembra stare in silenzio. Quando abbiamo bisogno di Lui, si lascia trovare da noi (Ger 29, 14). E sta al nostro fianco dovunque andiamo (cf. Gs 1, 9). Perché Egli non rompe mai un’alleanza. A noi chiede di non abbandonarlo: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 4). Ma se ci allontaniamo, “Egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2, 13)» (n. 154). Vengono esortati quindi i giovani ad avere «più amicizia con Lui» (n. 161).

Il testo, infatti, sottolinea la necessità di leggere la vocazione come un’offerta di amicizia da parte di Gesù, e come una risposta di amicizia da parte dei giovani (cf. nn. 250-252 e nn. 273-277). Solo da questa amicizia vissuta, nella quale, però, occorre imparare ad esercitarsi ogni giorno con l’ascolto della Parola e con la grazia dei Sacramenti, il giovane comincia a maturare le sue scelte affettive, familiari e lavorative.

 

Il volto del giovane vivo

Il giovane va con due piedi come gli adulti, ma […] ne ha sempre uno davanti all’altro (n. 139).

Non è nuovo, innanzitutto, il richiamo alla concretezza che si trova anche nel testo post-sinodale e che fu messo in chiaro già al Convegno Nazionale di Firenze, quando si fece riferimento a un “umanesimo cristiano”. È un punto di non ritorno che è destinato a valorizzare sempre di più lo stile ecclesiale. È un invito a non cadere nella trappola delle facili ideologizzazioni, a uscire dal guscio protetto delle conclusioni teoriche e a scendere per strada. Afferma, infatti, il Papa: «la gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti. In realtà, “la gioventù” non esiste, esistono i giovani con la loro vita concreta» (n. 171).

Le peculiarità del giovane concreto poi vengono messe ben in evidenza. Nel documento attraverso la voce del Papa i giovani parlano, si presentano, comunicano ciò che hanno dentro. Egli, rivolgendosi a loro, li invita a scoprire che «tutto può essere inserito in un cammino di risposta al Signore, che ha un progetto stupendo per noi» (n. 248), che tutto deve essere letto in chiave vocazionale.  E nello stesso tempo, li esorta a considerare alcune loro preziose prerogative: la dimensione del ‘desiderio’, sia in rapporto al presente da non sciupare, sia in riferimento al futuro da costruire (cf. nn. 84; 91; 144; 147); la capacità di saper tenere insieme presente, passato e futuro (cf. n. 199); la cura della dimensione spirituale che merita di essere salvaguardata e approfondita, rispetto a quella meramente fisica, così tanto enfatizzata dal contesto presente (cf. nn. 158-159); la consapevolezza della propria unicità per una sua opportuna valorizzazione (cf. n.162) e l’importanza di cogliere il valore dell’“adesso”, di cui i giovani sono la migliore concretizzazione (cf. cap. III).

Il documento indica anche gli ampi orizzonti in cui inserire il percorso vocazionale: quali la valorizzazione a scoprire e investire su ciò che si è (cf. n. 257), la sincera propensione a mettersi in ascolto della Parola di Dio (cf. n. 244) e degli altri, i concreti e sinceri percorsi di fraternità, la spinta a spendersi generosamente e l’apertura agli altri (tema che sarà ripreso nei nn. 253-257), iniziando da chi è più vicino (cf. cap. V).

Una chiave di lettura di ciò che ogni giovane porta nel cuore è poi, senza dubbio, la categoria dei “sogni”, accanto a quella delle “radici” che richiamano l’urgenza di un proficuo dialogo intergenerazionale.

Quelli evidenziati sono dei “percorsi”, tuttavia, nei quali i giovani non possono inevitabilmente essere lasciati da soli.

Il ruolo della comunità ecclesiale: ritrovare il canto di Orfeo (n. 223)
Non basta che da parte della Chiesa ci sia un annuncio… deve essere il più bello. Ma l’ambiguità della categoria della bellezza impone ai cristiani di purificarla da tutte le interferenze consumistiche e narcisistiche e di precisarne l’utilizzo, affinchè acquisti i connotati evangelici. Così si esprime il testo:

«Cari giovani, non permettete che usino la vostra giovinezza per favorire una vita superficiale, che confonde la bellezza con l’apparenza. Sappiate invece scoprire che c’è una bellezza nel lavoratore che torna a casa sporco e in disordine, ma con la gioia di aver guadagnato il pane per i suoi figli. C’è una bellezza straordinaria nella comunione della famiglia riunita intorno alla tavola e nel pane condiviso con generosità, anche se la mensa è molto povera. C’è una bellezza nella moglie spettinata e un po’ anziana che continua a prendersi cura del marito malato al di là delle proprie forze e della propria salute. Malgrado sia lontana la primavera del corteggiamento, c’è una bellezza nella fedeltà delle coppie che si amano nell’autunno della vita e in quei vecchietti che camminano tenendosi per mano. C’è una bellezza che va al di là dell’apparenza o dell’estetica di moda in ogni uomo e ogni donna che vivono con amore la loro vocazione personale, nel servizio disinteressato per la comunità, per la patria, nel lavoro generoso per la felicità della famiglia, impegnati nell’arduo lavoro anonimo e gratuito di ripristinare l’amicizia sociale. Scoprire, mostrare e mettere in risalto questa bellezza, che ricorda quella di Cristo sulla croce, significa mettere le basi della vera solidarietà sociale e della cultura dell’incontro» (n. 183).

Se è vero l’assioma Fides ex auditu, viene da chiedersi che tipo di racconto sentono i giovani dalla Chiesa, che immagine di Chiesa si fanno. Per questo il Papa, dopo aver ascoltato i giovani nel Sinodo dà delle indicazioni forti e perentorie. «La Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là» (n. 201). È un invito a scoprire che «l’intera comunità evangelizza i giovani e che i giovani siano più protagonisti delle proposte pastorali» (n. 202).

Diventa chiaro che non si danno più comunicazioni teoriche, indottrinamenti, lezioni di catechesi a prescindere dai vissuti dei giovani, che, invece, hanno bisogno che si crei un contesto «che permetta loro anche di condividere la vita» (n. 204) e li stimoli al raggiungimento del «bene possibile» (n. 232), imparando gli uni dagli altri, perché la Chiesa è «una rete di svariati doni». Solo così essi potranno vivere la fatica della ricerca e della crescita (cf. n. 209).

Il testo invita ad «avvicinarsi ai giovani con la grammatica dell’amore non con il proselitismo» (n. 211), utilizzando verso di loro e soprattutto verso chi è cresciuto «in un mondo di ceneri», «un’accoglienza cordiale» (n. 216). Dire Chiesa e dire comunità cristiana non significa sfumare la responsabilità di accompagnamento su tutti e nessuno. Il testo da una parte richiama l’icona di Emmaus dove Gesù aiuta i due pellegrini a «riconoscere», «interpretare» e a «scegliere» (n. 237) camminando insieme con loro, dall’altra fa riferimento allo stile concreto di chi ha la responsabilità di accompagnare, uno stile certamente non facile e che non può essere improvvisato.

«Un simile accompagnatore dovrebbe possedere alcune qualità: essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; essere in continua ricerca della santità; essere un confidente che non giudica; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani e dare risposte adeguate; essere pieno d’amore e di consapevolezza di sé; riconoscere i propri limiti ed essere esperto delle gioie e dei dolori della vita spirituale. Una qualità di primaria importanza negli accompagnatori è il riconoscimento della propria umanità, ovvero che sono esseri umani e che quindi sbagliano: non persone perfette, ma peccatori perdonati. A volte gli accompagnatori vengono messi su un piedistallo, e la loro caduta può avere effetti devastanti sulla capacità dei giovani di continuare ad impegnarsi nella Chiesa. Gli accompagnatori non dovrebbero guidare i giovani come se questi fossero seguaci passivi, ma camminare al loro fianco, consentendo loro di essere partecipanti attivi del cammino. Dovrebbero rispettare la libertà che fa parte del processo di discernimento di un giovane, fornendo gli strumenti per compierlo al meglio. Un accompagnatore dovrebbe essere profondamente convinto della capacità di un giovane di prendere parte alla vita della Chiesa. Un accompagnatore dovrebbe coltivare i semi della fede nei giovani, senza aspettarsi di vedere immediatamente i frutti dell’opera dello Spirito Santo. Il ruolo di accompagnatore non è e non può essere riservato solo a sacerdoti e a persone consacrate, ma anche i laici dovrebbero essere messi in condizione di ricoprirlo. Tutti gli accompagnatori dovrebbero ricevere una solida formazione di base e impegnarsi nella formazione permanente» (n. 246).

L’accompagnamento dei giovani, perciò, è un vero e proprio ministero. Nell’arte di accompagnare si deve trasmettere con molta bontà e affetto la buona notizia che viene da Dio, ma si comunica anche la propria vita. «Non possiamo dimenticare che l’accompagnamento spirituale è un lavoro essenzialmente religioso. Con facilità, però, si cade nel pericolo di accompagnare la vita quotidiana dei giovani e i conflitti che in essa avvengono, lasciando da parte la grazia divina. Sappiamo che Gesù, il nostro Signore, ci accompagna. Qualsiasi accompagnamento passa attraverso la consapevolezza che è Dio il primo accompagnatore dei giovani. Una intuizione questa che non è per nulla scontata. Per quanto l’accompagnatore faccia e per quanto i giovani vivano, accadono sempre degli autentici miracoli» (David Cabrera Molino, Accompagnare i giovani nei loro processi decisionali, in «Tempi dello Spirito», gennaio - marzo 2019, p. 23).

Pastorale vocazionale: la sfida del discernimento vocazionale nell’accompagnamento dei giovani
Una pastorale vocazionale è tutta orientata ad aiutare i giovani a scoprire il progetto che Dio ha su di loro e permettere di scoprirsi dono ricevuto e capace di donarsi a sua volta: questo «implica di lasciarsi trasformare da Cristo e allo stesso tempo una pratica abituale del bene» (n. 282).

Il clima adatto per questo sarà naturalmente la preghiera prolungata, l’ascolto della Parola, della propria storia e degli altri.

La certezza che deve animare, tuttavia, è che con il Signore non si perde nulla, ma che si può giungere ad «una vita migliore» (n. 284), perché si capisca che obiettivo del discernimento vocazionale è orientare «la vita in riferimento agli altri» (n. 286) e mai verso se stessi. Solo così si possono scongiurare le tante minacce esistenziali che il Papa non manca di mettere in evidenza: quali il lamento e la rassegnazione, l’ansia, l’insicurezza e l’apatia (cf. nn. 141-142; 174).

Il segreto sarà quello di «mettere in contatto questo desiderio dell’“infinito di quando non si è ancora provato a iniziare” con l’amicizia incondizionata che Gesù ci offre» (n. 290).

Il Papa richiama, inoltre, la necessità di alcune “attenzioni” perché il discernimento sia efficace: deve essere attento alla persona che desidera mettersi in cammino, deve vivere fino in fondo lo sforzo di fare giungere il giovane alla verità di sé, deve saper cogliere gli impulsi e i desideri più profondi del giovane e misurarli con il Vangelo.

Il testo, infine, non tace l’importanza da parte di chi accompagna a saper scomparire per lasciare che l’altro segua la strada che ha scoperto, e saper suscitare processi condotti dalla insostituibile regia di chi si fa guidare, a essere ben esercitato a percorrere in prima persona ciò che propone al giovane che sta muovendo i primi passi (cf. n. 298).

✢ Donato Negro

        Arcivescovo