XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO

La riflessione di Don Tiziano Galati.

Ancora una volta la Liturgia della Parola ci presenta una parabola che riguarda il regno dei cieli presentato con l’immagine di un banchetto di nozze. Il simbolismo del banchetto è noto nella Bibbia. Come leggiamo nel profeta Isaia il convito viene preparato direttamente da Dio sulla montagna (luogo della manifestazione di Dio), per tutte le nazioni. Nel corso del banchetto il Signore indica ai convitati, sotto forma di doni simbolici, quattro realtà nuove che vengono preparate per l’umanità: Dio «strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli» (v. 7), ci sarà una nuova rivelazione, una nuova esperienza di Dio. In secondo luogo «eliminerà la morte per sempre» (v. 8a). Non si tratta solo della morte fisica, ma della lontananza da Dio che la morte fisica simboleggia. Oltre a cancellare per sempre la morte, «il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (v. 8b), sarà eliminata la sofferenza, di qualunque tipo essa sia. Infine «farà scomparire la condizione disonorevole del suo popolo» (v. 8c), il popolo di Dio verrà restaurato nella sua terra e sarà liberato dalla sua condizione disonorevole, che consiste nella sottomissione alle potenze straniere. Anche nella pagina evangelica sentiamo di un banchetto. All’affanno del re che prepara un banchetto di nozze per il figlio corrisponde la mancanza di interesse degli stessi invitati. Alla vendetta che il re mette in atto dopo il rifiuto ripetuto e continuato degli invitati segue una proposta nuova: un invito rivolto a tutti. Vengono chiamati coloro che vengono trovati, senza distinzioni di sorta come dirà poi il v.10: cattivi e buoni. Ma neanche adesso la storia ha un lieto fine. Il re in persona si avvicina agli ospiti, viene ad osservare gli ospiti. E qui scorge un uomo che non ha l’abito adatto per le nozze. E ciò è ancora più strano, sia perché gli ospiti sono stati raccolti per strada e introdotti al banchetto, sia perché nei banchetti nuziali dell’antichità non si usava che gli ospiti indossassero abiti particolari da cerimonia o per la circostanza. Era sufficiente un normale abito pulito ma non ordinario, diciamo festivo. Anche se il re si rivolge all’invitato chiamandolo “amico”, tuttavia si sente la durezza delle sue parole, per questo l’invitato non risponde nulla. Segue l’ordine del re di cacciare fuori nelle tenebre legato per mani e piedi, come se fosse un criminale quell’uomo che non ha l’abito adatto. Davanti a questa scena potremmo dire che non basta rispondere sì alla chiamata, all’invito della fede cristiana, ma al credente si richiede fedeltà di vita (il simbolo dell’abito da festa può riferirsi a questo).

Don Tiziano Galati
Responsabile dell’Apostolato Biblico
Ufficio Catechistico