Carissimi fratelli, carissime sorelle,
continuiamo, nella scia del Giubileo, a considerare la speranza da più prospettive. Dopo esserci confrontati a Natale con tale virtù in quanto poveri, e in Quaresima in quanto peccatori, a Pasqua guardiamo alla speranza in quanto viventi.
Viventi o mortali?
Siamo viventi, o non è più esatto dire che siamo morenti? Dopo una certa soglia d’età, infatti, il nostro corpo entra in una fase di declino, che porta inarrestabilmente alla conclusione del ciclo vitale. Come osserva Seneca in una delle sue Lettere a Lucilio, «cotidie morimur», cioè ogni giorno moriamo, perché qualcosa del nostro tempo, del nostro corpo, delle nostre forze, ci abbandona, senza possibilità di trattenerlo o sostituirlo. È la stessa osservazione che fa Cesare Pavese nella lirica Verrà la morte e avrà i tuoi occhi: «questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo». Anche il Vaticano II afferma che «in faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva» (Gaudium et spes, 18).
A fronte di tale drammatica realtà, sta il nostro insaziabile desiderio di vita.
Immortali o eterni?
Ma tale desiderio di vita quale contenuto ha concretamente? Desideriamo soltanto che la nostra vita terrena non abbia mai fine così com’è, sia pure elevata alla massima potenza, o non desideriamo piuttosto qualcosa di discontinuo e nuovo?
Come nota Benedetto XVI, se si trattasse solo di prolungare senza confini la nostra vita terrena, «continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile» (Spe salvi, 10). È interessante il racconto Gli immortali di Jorge Luis Borges, nel quale alcuni uomini – come il poeta Omero – che per i loro meriti eccezionali hanno ricevuto il dono dell’immortalità, cercano qualche modo di chiudere un’esistenza diventata insopportabile.
Il Concilio guarda ancora al nostro atteggiamento e nota che «l’istinto del cuore [dell’uomo] lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (Gaudium et spes, 18).
Dunque, che cosa cerchiamo veramente, quando ci ribelliamo all’offesa della morte? La Chiesa annuncia che «Dio ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte» (Gaudium et spes, 18). Sì, questo è ciò che desideriamo con tutto il cuore: l’incontro e la comunione piena con Dio, e in ciò consiste la vita eterna. Mediante la risurrezione, ci è stata dischiusa la strada per l’eternità, la morte non ha più l’ultima parola e diventa un passaggio, che ci introduce alla vita di Dio. Perciò il cristiano non dovrebbe più avere paura della morte, come san Francesco, il quale nel Cantico delle creature riesce addirittura a chiamarla “sorella”: «Laudato si’, mi’ Signore, per Sora morte corporale».
Il Dio vivente
Nella rivelazione biblica, la vita è un attributo essenziale di Dio. Il Dio di Abramo è il «Dio vivente» (Dt 5,26). L’affermazione è sovente una contestazione degli idoli, poiché il Dio di Israele è vivo, non come gli dèi degli altri popoli: «Il Signore il vero Dio, egli è Dio vivente e re eterno» (Ger 10,10). In quanto Dio è vivente e possiede la vita in se stesso, può anche donarla alle creature e renderle a loro volta viventi: Dio soffia il proprio respiro nell’uomo, e questi diventa un essere vivente (Gn 2,7). Perciò Gesù nella disputa fra farisei e sadducei sulla resurrezione, dichiara: «Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mc 12, 26-27). E nell’ultima sera della sua vita terrena, Gesù, pregando il Padre, annuncia che «questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
L’incontro col Padre, e quindi l’accesso alla vita eterna, è appunto mediato da Gesù, poiché «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1, 18). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). In Gesù «era la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1, 4), ed il Signore stesso dichiara di essere «la via, la verità e la vita» (Gv 4, 6). E ancora: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11, 25-26). Gesù ci trasmette la vita eterna attraverso la Parola: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5, 24). E fondatamente Pietro può esclamare: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68). Ci trasmette la vita ancora mediante il Pane: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 51). E ancora ce la trasmette mediante l’Acqua: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 13-14).
Il simbolo dell’acqua ci porta allora allo Spirito Santo, colui «che dà la vita» (Gv 6, 63), anzi – come insegna il Simbolo di fede – che «è Signore e fa la vita», è Dio e crea la vita, il soffio vitale che ci rende viventi. Egli è lo «Spirito eterno» col quale Gesù si è offerto al Padre (Eb 9, 14), è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori (Rm 5, 5), col quale Dio ci ama e ci fa amare, e ci rende vivi della vita stessa di Dio. Come in terra così in cielo, lo Spirito ci farà conoscere che «Gesù è il Signore!» (Rm 10, 9), ed esclamare «Abbà! Padre!» (Rm 8, 15).
Il salmista ci dona le parole per esprimere l’anelito a tanta grazia: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42, 2-3).
Dalla vita eterna alla vita nuova
La vita eterna sarà piena e sicura nel cielo, ma deve iniziare sulla terra. E in ogni gesto, spazio, tempo in cui l’uomo sceglie l’amore, la vita eterna si fa presente. La vita eterna inizia con la vita nuova del credente.
L’apostolo Paolo ci ricorda che «per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rm 6, 4-5).
E l’apostolo Giovanni conferma che «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui. In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,14-16).
La «vita del mondo che verrà», che nel Simbolo proclamiamo di attendere, è già qui nell’amore. Se Gesù non è risorto e il cielo non esiste, allora si scatenano l’angoscia e la concupiscenza, e la terra diventa «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII, 151). Purtroppo, oggi questa sembra la legge che domina in prevalenza i capi delle nazioni. La guerra e la corsa al riarmo, la distruzione della vita, la violenza sui fragili, l’incuranza verso le vittime, l’ignoranza dei diritti umani, la semina della menzogna, e altri mezzi diabolici per arrivare al potere, riempiono quotidianamente i notiziari.
Per quanto dipende da noi cristiani, facciamoci strumenti di pace e di compassione, di accoglienza e di solidarietà. Introduciamo l’eternità nel tempo, mediante l’amore. Collaboriamo con la risurrezione di Cristo, prendendo a programma del nostro impegno locale e globale la Preghiera semplice attribuita a san Francesco.
Oh Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace!
Dove è odio, fa’ ch’io porti amore.
Dove è offesa, ch’io porti il perdono.
Dove è discordia, ch’io porti la fede.
Dove è l’errore, ch’io porti la verità.
Dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la gioia. Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
Oh Maestro, fa’ che io non cerchi tanto
di essere compreso, quanto di comprendere;
di essere amato, quanto di amare.
Poiché è dando che si riceve,
perdonando che si è perdonati,
morendo che si risuscita a vita eterna. Amen.
A tutti, di cuore, buona Pasqua!
+Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo di Otranto
