Première del film di Stefania Rocca “L’ora di tutti”

Il tema della guerra e del conflitto di ieri e di oggi che trova la sua soluzione nel riconoscimento di un’umanità comune e universale.

Chi si aspetta un colossal storico dovrà ancora attendere o, meglio, cambiare soggetto, poiché la vicenda di Otranto nel 1480 è, come tutti i drammi irrisolti, eternata nell’animo umano. Quando il dramma diventa esistenziale si tramuta in una domanda che, imperterrita, corre di animo in animo, di tempo in tempo. È Idrusa a coglierla anche nel nemico, un attimo prima della morte, in L’ora di tutti di Maria Corti: “Scivolata sul pavimento vidi per un attimo sopra di me gli occhi del turco che mi guardavano stupefatti, pieni di interrogazione”. Al romanzo di Corti si ispira l’opera prima di Stefania Rocca che firma la regia del film “L’ora di tutti”, presentato alla Mostra del cinema di Roma lo scorso 20 ottobre. Ambientato ad Otranto, si riconoscono nelle riprese alcune scene girate nel porticciolo di Castro come in quello di Porto Miggiano, più funzionali di quello otrantino alla narrazione d’epoca, tuttavia non rinuncia a mostrare l’odierno lungomare degli Eroi, così come alcuni costumi che richiamano l’attualità o le guerre che hanno insanguinato il “secolo breve”. Anche le musiche contribuiscono a narrare la storia con linguaggi contemporanei, come il giovane Colangelo di Rocca che con la sua chitarra affida a delle “barre” i sentimenti suoi e del suo gruppo di pescatori/amici, chiamati dalla storia a diventare guerrieri.
È questa la chiave per intendere la vicenda otrantina, che rifugge l’epopea dell’eroe al comando scegliendo, invece, un’opera a più voci, composta da quegli uomini e quelle donne che hanno “saputo vivere” quasi all’inizio dell’Evo Moderno, e che continua ad essere scritta giorno per giorno, da tutti, nella vocazione umana e insieme divina che rende l’animo umano universale e capace di sentire l’altro: attitudine che nel romanzo Colangelo coglie in Idrusa “mi viene alla mente l’idea che volesse appropriarsi di tutto, appropriarsi del dolore e della felicità del mondo”.
Idrusa, protagonista del romanzo e del film, è da sempre una figura tra storia e mito: così bella e libera da essere speciale e allo stesso tempo parte di una vita comune a tutte le altre donne, della sua città e di ogni tempo. È perciò incarnazione dell’anima della città, in un epoca in cui non veniva scissa la vita personale da quella della città, l’amore per Dio da quello per la patria. Il film ne racconta l’animo tormentato e libero, a tratti stretto da convenzioni a tratti indomito e capace di provare felicità. Idrusa è, in una certa misura, tutti noi. Non si può dire che abbia del tutto tradito il marito né che abbia trovato davvero la felicità nel soldato straniero, entrambi, in maniera diversa, vanno via. Resta sola assieme ad un folto gruppo di concittadini, a ciascuno di noi, condividendone la necessità e la capacità di vivere la vita che ci è data, con il coraggio di compiere, nella nostra “ora”, la scelta suprema di ogni persona: essere se stessi.
L’ambientazione più fedele al tempo è quella del mosaico, dove cammina l’arcivescovo nella scena in cui accoglie i cittadini in cattedrale e dove realmente hanno camminato quegli uomini e donne del 1480. Nelle scene finali è lì sopra che si sparge il sangue di Idrusa: allargandosi a macchia prende poi ad arrossare l’albero della vita, seguendone i rami. Il set più realistico ci dice paradossalmente la scelta del film: è proprio in quelle tessere che abitano, in un eterno presente, fianco a fianco, uomini e donne vissuti nella storia. Così Adamo ed Eva assieme a Noè, ad Alessandro Magno, a Caino ed Abele, santi e peccatori in una storia, che noi crediamo di salvezza, da intendersi come accaduta per ognuno in un tempo preciso ma che accomuna ogni uomo ed ogni tempo, con l’augurio di poter imparare da essa. Come dicevamo, il film vuole rendere presente il tema della guerra e del conflitto di ieri e di oggi che trova la sua soluzione proprio nel riconoscimento di un’umanità comune e universale, come scrive Maria Corti e il film cita nei soldati che per un attimo, svelati i volti, sembrano non poter più combattere:
“se li guardi negli occhi perdi la sicurezza, ti pare siano uomini come te perché anche i pagani sono fatti ad immagine e somiglianza di Dio”.
L’ora di tutti (2026), regia: Stefania Rocca. Con Alice Pagani, Alessio Boni, Simone Coppo, Nicoletta Manni. Musiche di Antonio Fresa.

Sac. Luigi De Donno