Nuova Luce nel presbiterio della Cattedrale di Otranto

Un nuovo spettacolo sempre mutevole dei chiaroscuri nella conca absidale.

Sappiamo che la Cattedrale idruntina, parte integrante nel processo di latinizzazione del culto cristiano promosso dai Normanni nel Meridione, fu edificata intorno all’anno 1080 durante il governo
dell’Arcivescovo Guglielmo, e consacrata otto anni più tardi. Sappiamo, intersecando l’osservazione delle strutture architettoniche con le scarne informazioni storiche disponibili, che tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento, verosimilmente con l’obiettivo di ampliare i due cappelloni laterali dedicati al SS. Sacramento e ai Santi Martiri Antonio Primaldo e Compagni, fu realizzato un avancorpo su Via Rondachi, inglobando di fatto le absidi della cripta e l’abside centrale della basilica superiore.
Sappiamo che negli stessi anni, ovvero sotto l’episcopato di Mons. Francesco Maria De Aste (1690-
1719), furono operate ingenti modifiche tra cui l’apertura (o riapertura?) della finestra absidale e la realizzazione del controsoffitto ligneo nella navata centrale, che forse occultò alla vista, se già esistente, il piccolo oculo compreso tra i due spioventi del tetto. Sappiamo che la finestra della conca absidale della basilica superiore fu tamponata nel 1992, per volontà di Mons. Vincenzo Franco (1981-1993), in occasione del primo e parziale adeguamento liturgico del presbiterio condotto sotto la guida di Mons. Crispino Valenziano, allora Vicepresidente della Consulta per i Beni Culturali Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana.
Sappiamo, grazie all’intervento di restauro e consolidamento recentemente conclusosi in corrispondenza del corpo absidale, che nel corso dei lavori è stata verificata l’assoluta precarietà del tamponamento realizzato, e che l’occasione è dunque apparsa propizia, stante la perfetta conservazione del vano architettonico, per ripristinare l’antica finestra, come espressamente auspicato, del resto, anche dalla Soprintendenza di Lecce. Sappiamo che alla base della finestra riaperta sono state rinvenute chiare stracce stratigrafiche riconducibili a una finestra più antica, di minori dimensioni e posizionata poco più in basso. E sappiamo anche che ai lati dell’ampia finestra sovrastante, sulla testata est del claristorio, vi è la traccia due finestre speculari, curiosamente disposte leggermente più in alto, oggi tamponate e poco coerenti con la prima. Sappiamo, radunate le informazioni sin qui tratteggiate, che l’impatto della luce naturale all’interno della basilica ha subito, nel corso dei secoli, modifiche radicali; eppure non sappiamo, purtroppo, come rispondere alla domanda fondamentale: vi era una finestra absidale nel progetto primitivo della cattedrale? Impossibile affermarlo con certezza.
E’ indubbio che l’abside abbia sempre avuto il compito di rappresentare, all’interno delle basiliche cristiane, la prospettiva escatologica del destino di salvezza promesso da Cristo, meta finale della vita terrena. Nello spazio absidale risplendeva dunque la luce di lampade, torce e polycandela, le, pareti si sono rivestite di affreschi e mosaici raffiguranti temi canonici quali la Gerusalemme Celeste, la Maiestas Domini o l’Agnello immolato stretti entro l’abbraccio di Apostoli e Santi, e col trascorrere dei secoli si è affermato l’uso di aprire finestre sempre più ampie, sino a sfidare le leggi della statica e trasfigurare la materia, pur senza smarrirne l’esatta consistenza spaziale e simbolica.
Gli studi recentemente condotti dalla dottoressa Elisabetta Gadaleta sul tessellatum idruntino, opera del monaco e presbitero Pantaleone (1163-1165), dimostrano come sulla trama omogenea di tessere lapidee si inseriscano, a mo’ di contrappunto, frammenti in ossidiana e vetri policromi anche composti con sottilissime lamine in oro, la cui distribuzione si concentra tra presbiterio e abside intensificandosi proprio nei dintorni del fuoco dell’asse longitudinale, laddove convergono in piena sintonia l’orditura
dello spazio e il cuore dei fedeli. Se la presenza di tali frammenti fosse destinata a riflettere il gioco mutevole della luce naturale proveniente da una finestra, o piuttosto la danza di innumerevoli fiammelle ordinatamente composte, probabilmente non lo sapremo mai, e tutto sommato non è così importante.
La storia dei luoghi di culto cristiani, infatti, a meno di rare eccezioni non testimonia cieco immobilismo o idolatria del segno materiale, quanto piuttosto l’ostinata fedeltà a un senso, a una speranza, a un linguaggio simbolico divenuto tradizione: una straordinaria prova di resilienza nel custodire e comunicare la Buona Novella adattandone talvolta la forma, ma mai il contenuto.
Quel che è certo è che oggi quel supplemento di Luce non dispiace, anzi. Potrebbe forse essere ammorbidita intervenendo sulla vetrata, ma a tutto questo si potrà facilmente provvedere più avanti, magari approfittando del prossimo adeguamento liturgico attualmente in fase di concorso.
Nel frattempo, godiamoci lo spettacolo sempre mutevole dei chiaroscuri nella conca absidale, giacchè proprio lo stupore dinanzi a tanta inafferrabile e arcaica Bellezza è sempre stato lo strumento principe con cui intuire, attraverso la luce naturale, il Soprannaturale.