Domenica scorsa, 15 marzo, presso il Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, ho ricevuto insieme ad altri compagni di cammino il ministero dell’accolitato.
Questo momento di festa, ha assunto ancor di più una cornice familiare piena di affetto e riconoscenza. Le tante persone che hanno voluto raggiungere il seminario per la loro presenza, hanno mostrato bene cosa significhi essere Chiesa, ovvero una casa di preghiera.
Se da un lato l’intero seminario è in festa, posso testimoniare che, dall’altro, lo è ancor di più la mia diocesi, questa diocesi, che vede un suo figlio compiere questo ulteriore passo verso il sacerdozio.
Ma cos’è questo Ministero a me affidato? Certamente non è una sorta di corollario da appiccicare meccanicamente al cammino di un qualunque ragazzo che intraprende gli studi per il Ministero sacerdotale; sicuramente la preziosità di tale Ministero è da scorgere in una pedagogia quasi dal sapore divino.
La chiesa, quale madre e maestra, affida a chi è in preparazione ciò che più le è caro: La Parola e l’Eucarestia. Lo fa pedagogicamente perché ciò che è insegnato negli anni venga vissuto, interiorizzato e amato. Essa lo fa curandosi di mettere alla base ciò che sostiene la vita stessa della comunità.
In questa prospettiva, comprendiamo bene che l’accolito non esaurisce il suo compito svolgendo in maniera più intima e preparata il servizio alla Mensa, anche nell’amministrazione della Santa Eucarestia; è colui che, invece, è chiamato a diventare, nel servizio, specchio del suo volto.
In preparazione a questo giorno fatto dono, ho interrogato me stesso, non solo circa questa grande responsabilità, ma nella preghiera ho cercato di cogliere l’esistenza di un filo rosso tra i due Ministeri ricevuti.
Sono arrivato a rispondermi così: la parola letta, meditata e annunciata da Lettore, ora deve vivere, divenendo cibo per le membra del corpo di Cristo, noi-Chiesa.
Il mio cammino è accompagnato da un cuore inquieto del quale, anche Sant’Agostino ne parla. È bello possedere questa sana inquietudine poiché permette di non accomodarsi sui passi fatti, ma di rimboccarsi le maniche per poter fare sempre meglio. Eppure questo sentimento lascia spazio alla consapevolezza che tutti noi siamo argilla nelle mani di un padre che ci plasma.
Non occorre fare di più; occorre fare bene quello che già si ha. Risponderemo in questo modo al sogno di Dio, quello di voler intrecciare la sua storia con la nostra.
Da “Il nostro seminario” di 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝐷𝑒 𝑆𝑎𝑙𝑣𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒

