XXXIV Giornata Mondiale del Malato

Messaggio dell'Arcivescovo Francesco Neri.

Nel suo primo messaggio per la Giornata del malato, il Santo Padre Leone XIV ha scelto di rilanciare la parabola del buon samaritano.
Traiamone alcune indicazioni per applicare alla nostra vita la parabola, sottraendola al pericolo di non scuoterci più.

L’uomo sofferente è il tempio in cui onorare Dio
Con la prima indicazione viene data risposta alla domanda iniziale. Il tempio di Dio, su questa terra, è la creatura che ne reca l’impronta, l’immagine somigliante, l’uomo appunto. Celebriamo senz’altro il culto, allora, ma la liturgia autentica è quella dell’azione a vantaggio dell’uomo povero e sofferente, dell’uomo percosso e derubato dall’ingiustizia, dell’uomo spogliato dei diritti fondamentali alla vita, alla salute, all’istruzione, al lavoro. Onoreremo convenientemente Dio, se lo onoreremo nella sua immagine offesa e profanata. Lo aveva intuito ad esempio san Vincenzo de’ Paoli, il quale, in una lettera rivolta ad una suora ospedaliera, scrive che se durante il tempo della preghiera di meditazione un ammalato sta chiedendo aiuto, la suora lasci pure la meditazione, perché sta «lasciando Dio per Dio». Questa è la via, vicinissima a noi, che ci fa diventare vicinissimi a Dio.

Il bacio al samaritano
Un altro elemento da cui lasciarci provocare, è la spinta che ci viene da Gesù a non scansare ma ad entrare nel mistero della sofferenza. In verità quando facciamo come il samaritano e il levita, quando cioè facciamo finta di non sentire e non vedere un sofferente, che cosa stiamo veramente scansando? Forse le cure talvolta penose che dobbiamo prestare ad una carne piagata e che emana cattivo odore, o i dialoghi inutili con chi ha ormai perso il bene dell’intelletto? Forse anche questo. Ma è possibile che stiamo scansando piuttosto la nostra sofferenza, di cui il sofferente ci fa specchio. Quando vediamo un ammalato, infatti, non è egli un segno evidente della possibilità che abbiamo anche noi un giorno di diventare ammalati? Gesù ci invita a guardare il sofferente anche in quanto è specchio della nostra possibile sofferenza. Gesù ci invita a entrare nel mistero della sofferenza e a integrarlo nella nostra visione della vita. Lo capì bene san Francesco d’Assisi, il quale rivoluzionò la propria esistenza attraverso il gesto del bacio al lebbroso. Egli, giovane ricco e di successo, sino a quel momento era uso scansare i lebbrosi. Allorché un giorno, anziché evitare il lebbroso, gli si avvicinò, gli diede una moneta e lo baciò, sentì – rievoca nel suo scritto autobiografico detto Testamento – sentì quello che gli pareva amaro, trasformarglisi in dolcezza dell’anima e del corpo. Attraverso il gesto del bacio aveva integrato in sé il mistero della sofferenza, della sua propria sofferenza, di cui il lebbroso gli era specchio, e la sua umanità si era maturata e unificata.

Gesù, il buon samaritano
Se questo della compassione, del prendersi cura, dell’amore concreto esercitato verso il prossimo è atteggiamento che sta al centro del cristianesimo, accade perché quello della compassione e del prendersi cura era un atteggiamento prima di tutto centrale in Gesù. Quando Hitler e i nazisti diedero inizio alla loro famigerata azione nella lotta dei lunghi coltelli, il grido violento fu «guai ai deboli!». Così ragiona il mondo. Diversamente ragiona Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». Ci aiuti lo Spirito Santo a scansare la via del potere e a seguire la via della compassione, la via stessa di Gesù.

+ Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo