Carissimi fratelli, carissime sorelle,
in questo anno ricordiamo gli otto secoli della Pasqua di san Francesco d’Assisi. Lasciamo dunque che il Santo di Assisi ci accompagni ad entrare nel mistero che riempie la Santa Messa Crismale. Ci guideranno in particolari tre suoi Scritti: la Lettera a tutti i fedeli (48-56: FF 200-202), la Lettera a tutto l’Ordine (21-26: FF 220-221), e il Testamento (6-10: FF 113).
Lo stupore per l’umiltà di Dio
Uno dei detti apocrifi di Gesù, riportato da Clemente d’Alessandria, suona: «Chi si stupisce entrerà nel Regno, e chi entrerà nel Regno si stupirà». Probabilmente, quando il Signore insegna che bisogna guardare ai bambini per entrare nel Regno (Mt 18, 3), allude anche alla capacità che hanno i piccoli di meravigliarsi per tutta la realtà, perché ogni cosa per loro è nuova.
San Francesco è un uomo capace di stupirsi per la meraviglia del cosmo, e dal suo cuore fa scaturire il Cantico delle creature, un inno di giubilo al Signore Dio, altissimo, onnipotente e buono: «Laudato si’, oh Signore, per il Sole, la Luna con le Stelle, il Vento, l’Acqua, il Fuoco, la Terra con i fiori e l’erba…».
Ma è nel sacramento dell’Eucaristia che la meraviglia di san Francesco raggiunge il culmine: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. Oh ammirabile altezza e degnazione stupenda! Oh umiltà sublime! Oh sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!» (FF 221).
Come non associare a questo atteggiamento di san Francesco l’iniziativa di San Giovanni Paolo II, il quale scrisse la sua ultima Enciclica Ecclesia de Eucharistia appunto con l’intento di ridestare nella Chiesa lo stupore eucaristico, tanto nei fedeli quanto negli stessi ministri?
Ora, ciò che suscita lo stupore e l’ammirazione di san Francesco è che la manifestazione di Dio si compia attraverso l’umiltà, «attraverso poca apparenza di pane». Il Santo contempla il cammino di umiliazione di Dio nella nascita di Gesù in una grotta a Betlemme, da Maria umile serva del Signore, e qui ha origine l’invenzione del presepe a Greccio. Il cammino prosegue nell’umanità di Gesù, mite e umile di cuore (Mt 11, 29). Culmina drammaticamente nella Crocifissione sul Calvario, come via per giungere alla Risurrezione: Francesco partecipa a questo mistero con le sue gloriose Stigmate. E si perpetua appunto nell’Eucaristia: «Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio!» (FF 221). Così, in quella litania ammirata di acclamazioni che sono le Lodi di Dio Altissimo, il Santo riassume il mistero di Dio proprio in tale prospettiva, e proclama: «Tu sei umiltà!» (FF 261).
«Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio!», è l’invito di Francesco, che continua con una triplice esortazione. La prima è: «Aprite davanti a lui i vostri cuori». Il Signore sceglie la via della piccolezza perché non abbiamo a temerlo ma ad abbandonarci senza riserve a lu. Non vuole che ci volgiamo a lui per costrizione ma per attrazione, secondo il codice dell’amore.
La seconda esortazione è: «Umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati». L’umiltà è la madre di tutte le virtù cristiane, ed è l’attributo più specifico dell’uomo. La propria umiltà, cioè la propria piccolezza dinanzi a Dio, ha proclamato Maria Santissima, colei che è al contempo la più umile e la più alta tra le creature. San Francesco ammira l’umiltà di sorella Acqua, perché essa nasce da alte sorgenti, ma scende sempre di più in basso. Noi possiamo esercitarci nell’umiltà quando riconosciamo che tutto è dono di Dio, il quale tutto provvede per il nostro vero bene, che è la piena conformità a Gesù, dalla sua mano accettiamo le umiliazioni che scaturiscono dalle tribolazioni, dalle incomprensioni, dalle ingiustizie, dalla malattia, dalla vecchiaia e infine dalla morte, ringraziandolo per ciò che capiamo e per ciò che non capiamo: «Lodate e benedite e il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà».
Ed ancora il Santo ci chiede: «Nulla di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre». L’amore si esprime nel dono, ma il dono vero è l’amore stesso. L’amante desidera donare all’amato il proprio amore e tutto se stesso. È ciò che avviene appunto nell’Eucaristia, allorché presentiamo le offerte, e preghiamo: «Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso».
Siate santi perché il Signore è santo
Ora, tutta questa grazia raggiunge la Chiesa attraverso le mani dei sacerdoti. Proprio dallo stupore eucaristico nasce la venerazione di san Francesco per i sacerdoti, come egli spiega alla fine della vita nel Testamento: «E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo Corpo e il Sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri» (FF 113).
A tutti noi battezzati, Francesco dice: «Ascoltate, fratelli miei. Se la beata Vergine è così onorata, come è giusto, perché lo portò nel suo santissimo seno; se il beato Battista tremò di gioia e non osò toccare il capo santo del Signore; se è venerato il sepolcro, nel quale egli giacque per qualche tempo; quanto deve essere santo, giusto e degno colui che stringe nelle sue mani, riceve nel cuore e con la bocca ed offre agli altri perché ne mangino, lui non già morituro, ma eternamente vincitore e glorificato, sul quale gli angeli desiderano volgere lo sguardo!» (FF 220).
Tuttavia, l’affermazione della grandezza del sacerdozio non porta certamente i sacerdoti a potersi elevare al di sopra dei loro fratelli battezzati, perché anzi Francesco sottolinea che tale grande dignità implica una grande responsabilità, quella della totale dedizione a Dio per i fratelli attraverso il ministero. A coloro ai quali molto è stato dato, sarà richiesto molto di più, e perciò il Santo di Assisi esorta noi presbiteri e vescovi: «Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo. E come il Signore Dio vi ha onorato sopra tutti gli uomini, con l’affidarvi questo ministero, così voi amatelo, riveritelo e onoratelo più di ogni altro uomo. Grande miseria sarebbe, e miseranda meschinità se, avendo lui cosi presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista in tutto il mondo» (FF 220).
Dopo l’omelia, carissimi fratelli e carissime sorelle, i presbiteri rinnoveranno le promesse formulate durante l’ordinazione, e vi inviterò a pregare per loro, i vostri sacerdoti, e anche per me, il vostro vescovo. Aiutateci ad essere quello che il Signore ci chiama ad essere, e siate giustamente esigenti, come san Francesco. Ma ringraziate anche il Signore per il dono che, nella nostra povertà, noi siamo per voi.
E perciò, con voi, desidero ringraziare i miei fratelli sacerdoti, uno per uno, per il generoso sacrificio della loro vita, sull’altare della liturgia e sull’altare della quotidianità.
In modo speciale ringraziamo per il dono di quelli che hanno terminato il loro percorso terreno dopo l’ultima Messa Crismale: don Vito Catamo, don Gino Palma, don Luigi Caracciolo, cui aggiungo il cappuccino fra Francesco Milillo.
E presentiamo al Signore quanto vivranno un loro giubileo presbiterale: il 70° don Michele Cursano; il 60° mons. Francesco Cacucci, mons. Aldo Santoro, mons. Luigi Lanzillotto, don Antonio Carluccio; il 50° mons. Salvatore Sisinni, don Pietro Malorgio, don Gigi Toma; il 25° don Marco Gatto, don Salvatore Febbraro, don Daniele Albanese.
Sposi, fratelli e madri di Gesù
Qual è la meta di una vita battesimale ed eucaristica? San Francesco assicura che «tutti quelli e quelle che si comporteranno in questo modo, fino a quando faranno tali cose e persevereranno in esse sino alla fine, riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed egli ne farà sua abitazione e dimora. E saranno figli del Padre celeste, di cui fanno le opere. E sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo» (FF 200).
Più specificamente, prosegue il Santo, «siamo sposi, quando l’anima fedele si congiunge a Gesù Cristo per l’azione dello Spirito Santo». Il simbolo della nuzialità esprime la perfetta unione tra lo Sposo e la Sposa, l’intima adesione del credente al Signore. Ma questa è opera dello Spirito Santo, perché solo sotto la sua azione e la sua grazia si può affermare che «Gesù è il Signore» (1Cor 12, 3), che per Gesù vale la pena di vivere e morire, che Gesù è tutto per noi.
E ancora, «siamo fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è in cielo». La volontà del Padre era il cibo che Gesù desiderava (Gv 4, 34), e che ha cercato sopra ogni cosa e a qualunque costo, fino all’agonia del Getsemani (Mc 14, 36). Come ognuno di noi desidera che ci amino le persone che amiamo, e che a loro volta le persone che amiamo si amino tra di loro, così Dio vuole essere riamato da noi suoi figli, e che noi suoi figli ci amiamo vicendevolmente. Fare di noi una famiglia di figli e fratelli, uniti nella carità, è la salvezza che Gesù ha realizzato, mediante il dono di sé: «egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2, 14). Ogni volta che ci impegniamo ad essere operatori di pace, compiamo la volontà di Dio e siamo fratelli di Gesù.
Infine, «siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri». Se il sacerdozio ordinato porta Cristo mediante il sacramento dell’Eucaristia, tutti siamo chiamati ad esercitare il sacerdozio battesimale, generando Cristo – cioè, rendendolo incontrabile – attraverso la testimonianza della vita quotidiana, lì dove il Signore ci ha collocati a compiere la nostra missione.
Dinanzi alla grandezza della vita cristiana, così articolata, san Francesco esclama:
«Oh, come è glorioso e santo e grande avere in cielo un Padre!
Oh, come è santo, consolante, bello e ammirabile avere un tale Sposo!
Oh, come è santo come è delizioso, piacevole, umile, pacifico, dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello e figlio» (FF 201).
E noi con lui acclamiamo:
«A colui che tanto patì per noi, che tanti beni ha elargito e ci elargirà in futuro, a Dio, ogni creatura che vive nei cieli, sulla terra, nel mare e negli abissi renda lode, gloria, onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra fortezza. Egli che solo è buono, solo altissimo, solo onnipotente, ammirabile glorioso e solo è santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen» (FF 202).
+Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo
