Carissimi fratelli e carissime sorelle,
nella scia del Giubileo che abbiamo vissuto lo scorso anno, continuiamo a meditare sulle varie prospettive che la speranza apre alla nostra umanità. A Natale mi sono soffermato sul nostro essere poveri. Per il cammino della Quaresima, mi soffermo sul nostro essere peccatori.
Il dono del perdono
I Vangeli raccontano la giornata a Cafarnao del Signore, e tra i gesti di salvezza da lui compiuti, compare la guarigione di un paralitico (cf Mc 2,1-12). È importante notare come la prima opera di Gesù non sia la guarigione della malattia nel corpo ma la remissione dei peccati: «Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”» (Mc 2,5).
Da un lato, ciò mette in evidenza la sua consapevolezza di essere il Figlio, di essere in una relazione unica con Dio, e così di poter fare ciò che può fare Dio, e Dio soltanto. In una parola, trapela la coscienza che Gesù aveva della propria divinità, il che provoca la reazione degli scribi: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?» (Mc 2,7).
Dall’altro lato, ci rendiamo conto che per il Signore la remissione dei peccati è molto più necessaria della salute fisica, e che tutti gli altri gesti di salvezza che egli compie sono da subordinarsi e coordinarsi col gesto supremo, che è appunto il perdono dei peccati. Perciò Gesù dichiara: «Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (Mc 2,9-10).
Ci deve essere un motivo per cui questo è il primo dono che Gesù offre, ed in effetti per l’uomo non vi è tragedia più grande del peccato. L’uomo diventa se stesso solo nella pienezza della comunione con Dio. Peccare significa cercare noi stessi fuori dall’unico luogo dove possiamo trovarci, cioè in Dio e nella relazione con lui. Infatti la parola ebraica per dire il peccato esprime l’idea di un mancare l’obiettivo, come di una freccia che fallisca il bersaglio o di un convoglio che finisca fuori strada.
Nella sua opera La città di Dio, Sant’Agostino osserva che la storia è attraversata da due amori, l’amore di Dio fino al dono totale di sé e l’amore di sé fino al disprezzo di Dio. Il peccato è appunto questo amore di sé fino al rifiuto di Dio, è una curvitas, è mettere me stesso al primo posto, rifiutando di dare il primo posto all’unico cui questo spetta, al Dio tre volte santo.
Ma Dio è santo appunto perché perdona, perché al rifiuto dell’uomo replica con il proprio amore instancabile, al male del peccato oppone il bene maggiore della misericordia. Sant’Ambrogio contempla tale mistero, e dichiara addirittura che Dio ha creato l’uomo per avere qualcuno a cui offrire la forma suprema dell’amore, che è proprio il perdono: «Il Signore Dio nostro creò il cielo e non leggo che si sia riposato; creò la terra e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna le stelle, e non leggo nemmeno allora che si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati» (I sei giorni della creazione, VI, IX, 10, 76).
La conversione, amore che risponde all’amore
Allorché il Signore inizia a predicare, proclama: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Se possiamo affermare che il cuore del Regno di Dio è la misericordia, il perdono dei peccati, allora la nostra risposta deve consistere nella conversione. È appunto alla conversione che Gesù chiama. La conversione è una risposta di amore all’amore che attraverso Gesù entra nella nostra vita, è la riorganizzazione di tutta la nostra vita a partire dalla presenza di Gesù. Conversione è decidersi ogni giorno di nuovo per Gesù, amarlo con tutte le forze e voler essere come lui. Quanto più ci è stato perdonato, tanto più ci sentiremo di amare: il nostro amore è la risposta al suo amore. Aumentando il Signore lo splendore della sua presenza nella nostra vita, sentiamo il dovere e la gioia di ricentrarci in lui, eliminando dalla nostra vita anche il peccato veniale e le imperfezioni volontarie.
Confrontiamoci con le pagine dell’Apocalisse, che ci indicano tre livelli di conversione.
Il primo è la conversione dalla morte alla vita, cioè dal peccato alla grazia. È il messaggio all’angelo (cioè al vescovo) della Chiesa di Sardi: «Conosco le tue opere; ti si crede vivo, e sei morto. Sii vigilante, rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato perfette le tue opere davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a che ora io verrò da te» (Ap 3,1-3).
Il secondo livello di conversione è quello dalla fede dell’abitudine alla fede dell’innamoramento. È il messaggio all’angelo della Chiesa di Efeso: «Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, convèrtiti e compi le opere di prima. Se invece non ti convertirai, verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto. Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» (Ap 2,3-5.7).
Il terzo livello è la conversione dalla tiepidezza all’ardore, come nel messaggio all’angelo della Chiesa di Laodicea: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,15-16.19-20).
Carissimi fratelli, carissime sorelle, io mi sento interpellato da tutti e tre questi livelli di conversione, e forse con me anche voi. Quanto lungo è ancora il cammino verso la piena unione con Dio! Quante incorrispondenze al suo amore nella nostra vita di battezzati! Approfittiamo ancora di questa Quaresima e, se ci siamo allontanati da Dio, decuplichiamo lo zelo per ricercarlo: il Signore ci darà la salvezza e una gioia perenne (cf Bar 4,28-29).
E non scoraggiamoci per la nostra miseria, perché i suoi richiami alla conversione sono quelli di un medico, che dichiara la nostra malattia ma ci dona anche la medicina per guarire, appunto la sua misericordia. Facciamo nostra la preghiera con cui San Giovanni Paolo II, a Cracovia, presso la testimonianza di Santa Faustina Kowalska, ha affidato l’umanità alla Divina Misericordia:
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Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male,
fa’ che tutti gli abitanti della terra sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza.
Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!
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+ Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo
