Carissimi fratelli, carissime sorelle,
ancora una volta, come ogni anno, abbiamo la grazia di fissare con gratitudine lo sguardo della memoria, della riflessione e dell’affetto sui nostri Santi Martiri, quelli canonizzati, Antonio Primaldo e i suoi compagni, trucidati presso il colle della Minerva, e non meno quelli non canonizzati, come l’arcivescovo Stefano Pendinelli, che ha versato il suo sangue in questa cattedrale.
Il sacrificio dei Martiri e un capitolo del dramma che fin dall’inizio segna la storia dell’umanita , la storia della volonta di potere, di dominare e sottomettere il prossimo e quanto egli possiede, per imporre il proprio “io”. Lo strumento di tale meccanismo e – fin da Caino – la violenza. Con la violenza, cerco di far paura al prossimo, minacciandogli un male, oppure senz’altro infliggendogli questo male, facendolo soffrire o mettendolo a morte. Per esercitare la violenza, il potere usa gli strumenti delle armi, del denaro, delle informazioni menzognere.
Per noi cristiani – e i martiri sono innanzitutto dei cristiani, dei fedeli di Gesu Cristo, che hanno sigillato il patto del Battesimo con l’effusione del sangue –, la risposta alla violenza e l’amore. Così si spezza il vortice diabolico, che, provocandoci, ci tenta a rispondere alla violenza con la violenza. Il vortice della violenza si spezza non con una violenza maggiore, che non potra mai essere definitiva, ma con l’amore.
L’esempio ci viene anzitutto dal Signore Gesu , il quale, all’apostolo che aveva estratto la spada per difenderlo, staccando un orecchio al servo del sommo sacerdote, comanda: «Rimetti la spada nel fodero, perche tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26, 52). Lo stesso Signore, morendo torturato e massacrato dalla violenza degli uomini, non invoca vendetta ma perdona i suoi crocifissori: «Padre, perdonali, perche non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). E quando Gesu dopo la risurrezione incontra per la prima volta gli apostoli che lo avevano abbandonato, non li chiama a rendere conto del loro comportamento, ma li avvolge col suo amore e dona loro la pace: «Pace a voi!» (Gv 20, 19.21).
I nostri Santi Martiri hanno subito la violenza, e ci spingono a guardare la violenza che pervade il nostro tempo. Le oltre sessanta guerre che sono in corso, alcune non lontano da noi, con la novita dell’uso dell’intelligenza artificiale a scopo bellico. La violenza sulle donne, fino alla tragedia del femminicidio. La violenza delle baby gang sui fragili e sugli anziani. Il cyber bullismo degli haters sui social, che possono giungere agli esiti estremi del suicidio di chi ne e bersaglio. La negazione dei diritti umani dei singoli individui e di interi popoli da parte dei nuovi tiranni e dei nuovi imperi.
Potremmo continuare, ma il sangue dei Martiri – come quello di Abele – ci spinge anche ad esaminarci sulla violenza di cui noi stessi possiamo essere operatori, forse senza neanche rendercene conto. Sono forme di violenza individuali o sociali la derisione, la calunnia, il pettegolezzo, il mantenimento del rancore nel cuore e il rifiuto ostinato di ogni possibile riconciliazione, le frodi ai danni dei lavoratori, la disumanita del trattamento di detenuti.
Stefano Pendinelli, Antonio Primaldo, e i loro compagni ci spingono dunque a essere strumenti di una pace disarmata.
Così potremo anche essere strumenti di una pace disarmante.
Nel 1480, infatti, lo scontro tra Oriente e Occidente ha portato al risultato che oggi stiamo commemorando. Ma non sempre l’esito e stato questo. Oriente e Occidente, cristiani e musulmani si sono incontrati anche nel dialogo e nell’amicizia. Siamo nel Giubileo francescano, e dobbiamo guardare al paradigma dell’incontro tra San Francesco e il Sultano. Ascoltiamone la narrazione, che ce ne offre don Tonino Bello nel suo viaggio verso Sarajevo. «Nel giugno 1219, la flotta dei crociati partì da Ancona verso la Palestina, alla conquista dei Luoghi Santi. Su una nave salì anche Francesco, col segreto disegno di convertire i soldati a propositi di non violenza, ma anche col desiderio di frapporsi, disarmato, tra i Saraceni e i crociati. Nel campo dei crociati non riuscì a far desistere l’esercito dall’uso delle armi. I
combattimenti infuriarono con la forza del parossismo, e migliaia di combattenti perdevano ogni giorno la vita. Francesco allora decise un gesto folle: si diresse verso il campo di Malik-al-Kamil. Venne accolto con molta simpatia ed ebbe modo di parlare non solo di Gesu Cristo, ma anche della assurdita della guerra, che si sarebbe potuta evitare col negoziato e col dialogo tra le due parti belligeranti. Fu ascoltato con molto interesse, ma soprattutto fece una grande impressione questo modo inerme di presentarsi. Un’autentica rottura della logica corrente, che sconcerto positivamente il sultano e lo Stato generale del suo esercito».
Cari fratelli, care sorelle, se questo e stato possibile una volta, puo avvenire ancora oggi. Un personaggio del romanzo di Maria Corti, L’ora di tutti, dice che, per uccidere i Turchi, non avrebbe dovuto guardargli negli occhi, altrimenti non ce l’avrebbe fatta piu a dar loro la morte. Gli episodi di fraternizzazione della Prima Guerra Mondiale, durante il Natale 1914, sono stati possibili proprio perche i soldati dei due fronti contrapposti sono usciti dalle loro trincee, e si sono guardati negli occhi, rendendosi conto che non c’era motivo di distruggersi vicendevolmente. Se questo e stato possibile una volta, puo avvenire ancora e sempre, ed essere il modello delle relazioni personali e nazionali.
Otranto – la Chiesa di Otranto, la Citta di Otranto, gli amici di Otranto: tutti noi di Otranto siamo chiamati ad essere un polo di incontro, di preghiera, di dialogo, di riconciliazione e di solidarietà. Lo abbiamo fatto nel 1991 con l’accoglienza dei profughi dall’Albania, lo facciamo con le numerose iniziative culturali che ad Otranto si organizzano, siamo chiamati ad esserlo sempre di piu , in controtendenza rispetto al clima del nostro tempo. Seguiamo i nostri Santi Martiri e facciamo di Otranto una sorgente di pace e fraternita.
Santi Antonio Primaldo e Compagni, Santi Otrantini, vi benediciamo per la vostra testimonianza. Pregate per noi e donateci di essere, attraverso il martirio dell’impegno nella vita quotidiana, strumenti di una pace disarmata e disarmante. Amen.
+ Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo

