XIII DEL TEMPO ORDINARIO

La riflessione di Don Tiziano Galati.

La pericope di Matteo che ci viene offerta oggi completa e conclude il capitolo decimo dedicato al cosiddetto “discorso missionario”. Gesù invia per una esperienza di missione i dodici discepoli che da qualche tempo aveva chiamato e condividevano la vita con lui, accordando loro la sua stessa autorità, perché continuino l’opera che Egli ha iniziato. Ai discepoli è chiesto di rimanere fedeli al compito ricevuto, anche quando l’opposizione può venire addirittura dai membri della propria famiglia. Perché l’annuncio possa giungere a segno, c’è una parola chiave che lo accompagna: accoglienza. Non è sufficiente che Dio invia i suoi messaggeri, i suoi discepoli/apostoli ad annunciare se non c’è un destinatario che lo riconosce e ne beneficia. Nella prima lettura, tratta da 2Re 4, ciò accade nella vita di una donna ricca di Sunem che, insieme a suo marito, accoglie il profeta Eliseo nella propria casa riconoscendolo come “uomo di Dio”. La loro accoglienza è fatta di premura e di delicatezza, fino ad adattare gli stessi spazi della casa per ricavare un luogo riservato in cui il profeta possa sostare e ritirarsi a suo agio, per mettersi alla presenza di Dio ed ascoltare la sua voce. Riconoscere l’altro e fargli spazio come un dono, una presenza di Dio, comporta riconoscergli uno spazio tutto suo in cui possa essere sé stesso. La coppia che accoglie Eliseo non teme di perdere qualcosa di proprio, non trattiene per sé, non è avara nel dono, ma fa tutto quello che è in suo potere nell’essere ospitale come, appunto, accogliesse Dio stesso. E il Signore non si smentisce nel suo dono fecondo verso di loro: essi sono sterili, non hanno avuto figli che, nella mentalità ebraica era come sottostare ad una maledizione. Per bocca del profeta, Dio stesso accoglie e risponde al desiderio profondo nascosto nel dolore muto dei loro cuori: la mancanza di un figlio. Eliseo annuncia alla donna che l’anno che verrà lei sarà madre. Il trinomio accoglienza/perdita/ricompensa riappare più esplicito nel Vangelo, in cui Gesù riconosce come ciascuno è il tramite per l’accoglienza di uno più grande di sé: nel discepolo accolto viene accolto Gesù, e nell’accoglienza di Gesù viene accolto il Padre. “La gratitudine generosa di Dio Padre tiene conto anche del più piccolo gesto di amore e di servizio reso ai fratelli…La gratitudine, la riconoscenza, è prima di tutto segno di buona educazione, ma è anche un distintivo del cristiano. È un segno semplice ma genuino del regno di Dio, che è regno di amore gratuito e riconoscente” (Francesco, Angelus 28 giugno 2020).

Don Tiziano Galati
Responsabile dell’Apostolato Biblico
Ufficio Catechistico