Speranza per noi amati

Lettera dell’Arcivescovo a tutti i fedeli per la Pentecoste 2026.

Carissimi fratelli, carissime sorelle,
nel solco del Giubileo, ci siamo confrontati con la virtù della speranza a Natale in quanto poveri, in Quaresima in quanto peccatori, a Pasqua in quanto viventi. A Pentecoste guardiamo alla speranza in quanto siamo amati e chiamati ad amare.
L’amore, l’abbraccio il bacio «Dio è amore». Questa affermazione dell’apostolo Giovanni (1Gv 4, 8.16) dopo duemila anni, forse non suscita in noi alcuna meraviglia. Tuttavia, nel momento in cui la Chiesa delle origini l’ha formulata, suonava sconvolgente.
Amare qualcuno, infatti, significa in certo senso confessare la propria indigenza. Chi dice a qualcuno: «Ti amo», dichiara implicitamente di aver bisogno dell’amato, di essere povero senza l’amato, di diventare pienamente se stesso grazie all’amato. Perciò – pensava il mondo greco – poiché la divinità non sarebbe veramente tale se avesse bisogno di qualcuno, ecco che Dio può bensì essere amato, ed anzi tutto il pulsare dell’universo si spiega come una tensione a tornare verso la sorgente da cui le creature sono scaturite; ma non può amare, perché non ha bisogno dell’altro e basta a se stesso. Invece, la Chiesa apostolica, testimone dell’Incarnazione, della Pasqua e della Pentecoste, annuncia che il Dio il quale si è rivelato in Gesù Crocifisso e Risorto, e si è donato nello Spirito, non soltanto può essere amato, ma ama: «Dio è amore», appunto.
Sant’Agostino riprende quest’affermazione, che letteralmente si riferisce a Dio Padre, per avvicinarsi al mistero della Trinità. Dio è amore verso le creature, perché è amore in se stesso: «Che è dunque l’amore o carità, tanto lodato e celebrato dalle divine Scritture, se non l’amore del bene? Ma l’amore suppone uno che ama e con l’amore si ama qualcosa. Ecco tre cose: colui che ama, ciò che è amato, e l’amore stesso. Che è dunque l’amore se non una vita che unisce, o che tende a che si uniscano due esseri, cioè colui che ama e ciò che è amato?» (La Trinità, VIII, 10, 14).
È suggestiva la riflessione di San Bernardo, il quale interpreta trinitariamente il primo verso del Cantico dei Cantici, e definisce lo Spirito Santo l’abbraccio e il bacio che unisce il Padre e il Figlio: «Il Padre infatti ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione, il sommo l’eguale, l’eterno il coeterno, il solo l’unico. Ma anche il Padre è oggetto di non minore affetto da parte del Figlio, il quale per amore di Lui si sottomette alla morte.
Quella conoscenza vicendevole e quel mutuo amore del Padre che genera e del Figlio che è generato, che altro  sono se non un soavissimo, ma segretissimo bacio?» (Sermone VIII, I, 1). Alla luce di tale icona trinitaria, il dono dello Spirito viene presentato come il bacio che lo Sposo dona alla Sposa: «Soffiò su di loro, cioè Gesù sugli Apostoli, vale a dire sulla primitiva Chiesa, e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).
Fu per certo un bacio. Che cosa? Quel soffio corporeo? No, ma l’invisibile Spirito venne dato appunto con quel soffio del Signore, per significare che procedeva parimenti da lui e dal Padre, come un vero bacio, che è comune a chi bacia e a chi è baciato. Basta pertanto alla sposa che sia baciata dal bacio dello Sposo, anche se non viene baciata dalla bocca. Non ritiene infatti poca cosa o vile essere baciata dal bacio, il che non è altro che venire ripiena di Spirito Santo. Infatti, se veramente si riceve il Padre che bacia e il Figlio che è baciato, non sarà fuori luogo intendere per bacio lo Spirito Santo, che è del Padre e del Figlio l’imperturbabile pace, il forte cemento, l’indiviso amore, l’indivisibile unità» (Sermone VIII, I, 2).
Guglielmo di Saint Thierry, amico e contemporaneo di san Bernardo di Chiaravalle, scrive: «L’uomo in un certo senso trova se stesso nel mezzo, nell’abbraccio e nel bacio del Padre e del Figlio, cioè nello Spirito Santo. Ed è unito a Dio con l’Amore stesso in cui il Padre e il Figlio sono uno. Diventa santificato in colui che è la santità di entrambi» (cf Commento al Cantico dei Cantici, 26s).
L’amore nel quale Dio ci ama, l’amore nel quale Dio ci fa amare. L’offerta della salvezza culmina nel dono dello Spirito Santo, nel dono dell’amore, dell’abbraccio, del bacio nel quale il Padre e il Figlio sono una cosa sola (Gv 10, 30). Gesù dichiara che questo è il culmine della sua missione, allorché prega il Padre: «Io fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26).
L’apostolo Paolo ne proclama gioiosamente l’esperienza: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5).
Lo Spirito Santo è così l’amore nel quale Dio ci ama, e l’amore nel quale Dio ci fa capaci di amare, rendendoci strumenti dell’abbraccio e del bacio di Dio. Anzitutto, l’abbraccio. Incontrando l’Azione Cattolica a Roma il 25 aprile 2024, papa Francesco ha insegnato che c’è un primo abbraccio: l’abbraccio che manca. «All’origine delle guerre ci sono spesso abbracci mancati o abbracci rifiutati, a cui seguono pregiudizi, incomprensioni, sospetti, fino a vedere l’altro un nemico. E tutto ciò purtroppo, in questi giorni, è sotto i nostri occhi, in troppe parti del mondo!».
Occorre allora passare all’abbraccio che salva. Già umanamente abbracciarsi significa esprimere valori positivi e fondamentali come l’affetto, la stima, la fiducia, l’incoraggiamento, la riconciliazione. Ma diventa ancora più vitale quando lo si vive nella dimensione della fede. Al centro della nostra esistenza, infatti, c’è proprio l’abbraccio misericordioso di Dio che salva, l’abbraccio del Padre buono che si è rivelato in Cristo, e il cui volto è riflesso in ogni suo gesto – di perdono, di guarigione, di liberazione, di servizio – e il cui svelarsi raggiunge il suo culmine nell’Eucaristia e sulla Croce, quando Cristo offre la sua vita per la salvezza del mondo, per il bene di chiunque lo accolga con cuore sincero, perdonando anche ai suoi crocifissori.
E tutto questo ci è mostrato perché anche noi impariamo a fare lo stesso. Perciò, non perdiamo mai di vista l’abbraccio del Padre che salva, paradigma della vita e cuore del Vangelo, modello di radicalità dell’amore, che si nutre e si ispira al dono gratuito e sempre sovrabbondante di Dio.
Fratelli e sorelle, lasciamoci abbracciare da Lui, come bambini, lasciamoci abbracciare da Lui come bambini. Ognuno di noi ha nel cuore qualcosa di bambino che ha bisogno di un abbraccio. Lasciamoci abbracciare dal Signore.
Così, nell’abbraccio del Signore impariamo ad abbracciare gli altri». C’è allora un terzo abbraccio, l’abbraccio che cambia la vita, e può «mostrare strade nuove, strade di speranza», quello con cui si impara a «stringere e sorreggere ogni fratello bisognoso con braccia misericordiose e compassionevoli».
Dunque, dopo l’abbraccio, nell’anno del Giubileo francescano come non ricordare il bacio forse più famoso nella storia della santità, il bacio di san Francesco al lebbroso?
In un momento imprecisato del 1205, Cristo è colui che nel doloroso sacramento del lebbroso chiama Francesco, mentre il giovane cavalca per la pianura di Assisi. Il figlio di Pietro di Bernardone trova la forza di resistere all’impulso di procedere oltre, e riesce a vincere se stesso. Scende da cavallo e al lebbroso dona contemporaneamente un denaro e un bacio. Lo stesso santo, nel suo Testamento, addita questo come il momento decisivo della conversione: «Essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro ed usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo».
Racconta il suo biografo Tommaso da Celano: «Il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi in decomposizione e ne cura le piaghe virulente. La vista dei lebbrosi infatti, come egli attesta, gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell’Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria» (Vita prima, 17, 348).
L’incontro ebbe un seguito, suscitando un rapporto che durò per tutta la vita. San Francesco chiamava i lebbrosi “i fratelli cristiani”.
L’abbraccio e il bacio appartengono al codice della tenerezza. Vi appartiene anche la carezza, come quella che scaturisce dalle mani di san Giuseppe. Queste accarezzano il piccolo Gesù, gli offrono sostegno e sicurezza, e lo difendono da Erode e poi addestrano il Signore fanciullo e adolescente all’umile arte del falegname nella bottega di Nazaret. Anzi, san Giuseppe è stato nella sua stessa persona per Gesù e Maria la carezza di Dio, e lo è tuttora per tutta la Chiesa.
Di tale carezza, che parte da san Giuseppe, è bello ricordare una celebre eco nel Discorso della Luna, pronunciato da Papa Giovanni XXIII la sera dell’11 ottobre 1962 a conclusione della prima giornata del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”».
Della carezza di san Giuseppe ha dato una splendida rappresentazione don Tonino Bello, nella meditazione intitolata appunto La carezza di Dio, introducendosi nella bottega di Nazaret e osservandolo lavorare: «Vedi Giuseppe, da quando sono entrato nella tua bottega, quante carezze non hai fatto su quel legno denudato dalla pialla! Quante carezze: con le palme della mano, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Sì, anche con gli occhi, perché, ora che hai finito una culla, sei tu che non ti stanchi di cullarla  con lo sguardo. Oggi purtroppo da noi, non si carezza più, si consuma solo, anzi si concupisce. Le mani incap ci di dono, sono divenute artigli, le braccia troppo lunghe per amplessi oblativi, si sono ridotte a rostri che uncinano, senza pietà» (La carezza di Dio, 14-15).
E anche papa Francesco, nella Lettera Patris corde, ha confermato tale aspetto di san Giuseppe, presentandolo come «padre nella tenerezza», quella tenerezza che scaturisce dalla misericordia verso sé e verso il prossimo, e che genera la rivoluzione del Vangelo.
Carissimi, carissime, preghiamo lo Spirito santo di invaderci con la sua forza e la sua dolcezza, e di renderci strumenti dell’abbraccio, del bacio e della carezza di Dio, verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, specie i poveri, i fragili e i sofferenti.
A tutti, di cuore, buona Pentecoste!

+ Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo di Otranto

 

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